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22 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:18

Sei anni fa. Piena emergenza sanitaria. Il Covid ha costretto le aziende a modificare il modo di lavorare. Lo smart working è diventato la regola e la cucina – o la camera da letto – si è trasformata in ufficio, con il pc portatile sul tavolo. Ora che i tempi della pandemia sono lontani, il lavoro agile sembra convincere sempre meno molti vertici aziendali. Da Stellantis a Ubisoft ad Amazon. E anche Palazzo Chigi. Le motivazioni? Aumentare la produttività o il senso di appartenenza e rafforzare la cultura aziendale. Ma secondo Francesco Seghezzi, sociologo e presidente della Fondazione Adapt, creatura del giuslavorista Marco Biagi, dietro ci sono carenze organizzative: le aziende che ora iniziano a negare il lavoro da remoto “sono quelle rimaste ancorate a logiche di controllo sul dipendente e che, durante il Covid, hanno visto nel lavoro agile solo una riduzione di costi e spazi senza accompagnarlo a un reale cambiamento organizzativo e di paradigma”. Per questo motivo, “ora stanno inevitabilmente tornando indietro”.

A inizio febbraio, nell’ambito del rinnovo del contratto 2019-2021, circa tremila dipendenti di Palazzo Chigi si sono visti dimezzare lo smart working, limitato a un solo giorno a settimana dai due precedenti. Per chi lavora alla Presidenza del Consiglio la scelta è inaccettabile: i lavoratori si sono detti pronti allo sciopero. Due giorni a casa sono un “obiettivo minimo di negoziazione”, hanno scritto in un documento approvato il 10 febbraio.