Pina Picierno ha quarantacinque anni, è stata a lungo leader dei giovani della Margherita, ha partecipato alla fase fondativa del Partito democratico, è stata eletta per la prima volta alla Camera dei deputati a ventisette anni, è arrivata al Parlamento europeo con un boom di preferenze nel 2014, è stata eletta per la prima volta vicepresidente del Parlamento europeo nel gennaio del 2022, è stata confermata in quel ruolo nella legislatura successiva, ovvero in quella attuale, attualmente è l’esponente del Pd che ha uno dei ruoli istituzionali più importanti a livello internazionale e dopo una lunga riflessione ha deciso di lasciare il Partito democratico. Pina Picierno affida al Foglio le sofferte ragioni della sua scelta. Non cerca polemiche, non cerca titoli, non cerca provocazioni. Cerca solo di dare una speranza a chi, come lei, da tempo osserva quella che un tempo era la cosiddetta casa dei riformisti e che ora semplicemente in quelle quattro mura non si sente più a casa. Pina Picierno, che vive sotto tutela da molti anni, da quando la Russia di Putin ha trasformato il suo nome, il suo cognome, il suo volto, il suo profilo, in un obiettivo da colpire, ci accoglie in un piccolo ristorante di Bruxelles, a pochi passi dal Parlamento europeo, a Rue du Parnasse. Tzatziki, souvlaki, hummus. Pranzo veloce, molte cose da raccontare. Chiediamo: quand’è che il Pd ha smesso di essere la casa dei riformisti? Picierno parte e non si ferma più. “Non credo esista un momento preciso. I processi politici più profondi raramente coincidono con una data o con un congresso. Credo piuttosto che il Pd abbia progressivamente smesso di essere la casa dei riformisti quando ha smarrito la tensione verso il governo della complessità e ha iniziato a considerare la tutela della propria identità come un obiettivo politico in sé. Può sembrare una differenza sottile, ma in realtà è enorme. Il riformismo non nasce per custodire una comunità. Nasce per misurarsi con la realtà, soprattutto quando la realtà si presenta in forme nuove, scomode e persino inquietanti. Negli ultimi anni il mondo è cambiato con una velocità impressionante: la guerra è tornata in Europa, le autocrazie hanno imparato a utilizzare la tecnologia, la finanza e l’informazione come strumenti di influenza e di potere, l’intelligenza artificiale promette di ridefinire il lavoro, la produzione e la stessa distribuzione della conoscenza. Di fronte a trasformazioni di questa portata, una forza riformista dovrebbe allargare il proprio sguardo. Ho avuto spesso l’impressione che il Pd abbia fatto il contrario. Più che interrogarsi su come governare il mondo che stava emergendo, ha finito per interrogarsi su come rappresentarne una parte. Ma una forza di governo non può limitarsi alla rappresentazione. Deve costruire consenso, assumersi responsabilità, indicare una direzione. Deve parlare anche a chi non la pensa già allo stesso modo”. Picierno dice che c’è stato un momento, fra i tanti, in cui ha capito che per lei, come per molti altri, era finito il sogno dei fondatori del Pd, che nel 2007, ai tempi della segreteria di Walter Veltroni, provarono a mettere insieme un amalgama ambizioso, per qualcuno ben riuscito e per qualcun altro no. “Il momento preciso è difficile da inquadrare. Ma forse un istante c’è. Probabilmente quando, nel pieno della più grave crisi di sicurezza europea dalla fine della Guerra fredda, il dibattito sulla Difesa comune si è trasformato in una discussione prevalentemente identitaria. Non perché le differenze di opinione siano un problema. Al contrario. Il problema nasce quando si perde la percezione della natura del tempo storico che si sta attraversando. L’aggressione russa contro l’Ucraina non riguarda soltanto il destino di un paese aggredito. Riguarda la tenuta dell’ordine europeo, la sicurezza delle democrazie, la capacità dell’Europa di assumere responsabilità che per troppo tempo ha delegato ad altri. In quelle settimane ho avuto la sensazione che una parte della politica italiana continuasse a osservare il presente con categorie ereditate da una stagione ormai conclusa. Come se la storia non stesse accelerando. Come se la questione decisiva fosse ancora la gestione degli equilibri interni e non il ruolo che l’Europa dovrà svolgere in un mondo attraversato dalla competizione tra modelli politici profondamente diversi. Il sogno dei fondatori del Pd era costruire una grande forza democratica capace di leggere il proprio tempo e di governarlo. Ho avuto l’impressione che, in quel passaggio, il partito fosse più impegnato a discutere di se stesso che della realtà che aveva davanti”.Le divisioni che contano, oggi, quando si parla di politica, quando si parla di futuro, quando si parla di difesa della democrazia, non sono solo quelle che si osservano nella quotidianità del dibattito tra i partiti, a livello nazionale. Sono prima di tutto altre. Sono quelle che vivono a livello europeo. Ed è da quelle sfide che si capisce, secondo Picierno, e non solo per lei, quali partiti provano a difendere l’Europa, il riformismo, la democrazia, e quali invece non riescono a essere argini contro i nuovi e vecchi estremismi. Arriva l’hummus. Due cucchiai, un po’ di olio, un boccone rapido e si ricomincia. Domanda: perché serve un nuovo grande progetto europeista in grado di proteggere l’Italia dalle derive estremiste? “Perché, appunto, serve tornare a governare. Le derive populiste e massimaliste che attraversano l’opinione pubblica, e talvolta anche le forze democratiche, non sono la causa principale della crisi che viviamo. Sono piuttosto il prodotto dell’incertezza della politica. Emergono quando la politica rinuncia a interpretare il cambiamento, quando smette di offrire soluzioni possibili e si limita a inseguire paure, rabbie o scorciatoie identitarie”. Pausa, riprende. “Il punto è fin troppo semplice. Stiamo vivendo una stagione nella quale si concentrano trasformazioni di portata straordinaria: la ridefinizione degli equilibri geopolitici, la rivoluzione tecnologica, la competizione tra democrazie e autocrazie, la transizione energetica, le nuove forme di potere economico e finanziario. In un passaggio storico come questo, più la barra è dritta meno la tempesta incute paura. E la prima risposta che abbiamo a disposizione per governare questa complessità si chiama Europa. Non per una forma di adesione sentimentale o rituale, ma perché nessuno degli strumenti della politica nazionale è ormai sufficiente ad affrontare da solo sfide che hanno assunto una dimensione continentale e globale. L’ispirazione ideale dell’Europa, tuttavia, perde forza quando non riesce a tradursi concretamente in sicurezza, libertà, crescita economica, innovazione e diritti. E’ lì che si apre lo spazio della sfiducia. E’ lì che prosperano gli estremismi. Da anni discutiamo dei limiti della sovranità nazionale e della presunta onnipotenza della burocrazia europea. Francamente, credo sia una rappresentazione sempre più insufficiente. Se la tecnocrazia occupa spazio, è perché la politica ne ha lasciato troppo. Se la burocrazia prevale, è perché partiti, governi e classi dirigenti non hanno ancora avuto il coraggio di assumere fino in fondo lo spazio democratico europeo come il principale terreno della propria iniziativa politica. La vera questione non è scegliere tra più Europa o meno Europa. La vera questione è capire se le democrazie europee saranno capaci di costruire strumenti adeguati alle sfide che hanno davanti. In un mondo che tende sempre più alla concentrazione del potere, all’affermazione delle autocrazie e alla crescita di attori economici e tecnologici che operano ben oltre i confini degli stati, continuare a pensare che le risposte possano essere esclusivamente nazionali significa sottovalutare la natura dei problemi. Essere europeisti oggi non significa difendere l’esistente. Significa comprendere che la democrazia, per continuare a governare il cambiamento, deve acquisire una dimensione adeguata alla complessità del tempo che viviamo. E’ una strada difficile, certamente. Ma le scorciatoie che promettono protezione attraverso il ripiegamento identitario o nazionale finiscono quasi sempre per produrre l’effetto opposto: meno libertà, meno sicurezza e meno capacità di incidere sul proprio destino”.E allora, evidentemente, il punto su cui riflettere è un altro: quanto è grave non mettere al centro della difesa della democrazia e della lotta contro il fascismo la minaccia putiniana e la difesa eroica e armata di Kyiv? “Non è soltanto grave. E’ il punto politico decisivo del nostro tempo. Se oggi esiste un luogo nel quale si misurano la credibilità, la forza e persino il futuro delle democrazie europee, quel luogo è Kyiv. Per questo continuo a guardare con stupore ai distinguo, ai silenzi e alle esitazioni che accompagnano il dibattito italiano sull’Ucraina. Come se la guerra scatenata da Putin fosse una questione periferica e non la più radicale sfida all’ordine democratico europeo dalla fine della Guerra fredda. Ma c’è un aspetto che troppo spesso viene ignorato. In questi anni l’Ucraina non ha soltanto difeso il proprio territorio. Ha dato una lezione all’Europa. Nella necessità ha saputo innovare, sperimentare, adattarsi. E’ diventata un laboratorio avanzato di tecnologie civili e militari, di resilienza delle infrastrutture, di organizzazione della società sotto attacco. Un paese che combatte per la propria sopravvivenza è riuscito, paradossalmente, a essere più moderno di molti altri che vivono in pace. Per anni abbiamo assistito alla nenia stanca di quanti, anche dentro il Pd, invocavano una fantomatica ‘forte iniziativa diplomatica europea’”. E cosa è mancato a sinistra ed evidentemente non solo a sinistra? “Nel momento in cui l’Europa ha iniziato a immaginare la più ambiziosa iniziativa politica e diplomatica degli ultimi decenni, cioè portare l’Ucraina dentro la propria comunità politica, molti hanno improvvisamente nicchiato, rivelandosi per quello che sono: ipocriti e opportunisti. Perché integrare un paese aggredito dall’imperialismo russo nell’Unione europea significa trasformare la solidarietà in una scelta politica concreta. Significa affermare che la risposta alla violenza non è la neutralità, ma l’integrazione. Francamente faccio fatica a immaginare qualcosa di più progressista. Dentro quella scelta convivono sicurezza e libertà, interesse strategico e princìpi, realismo e speranza. Non c’è nulla di ordinario in ciò che gli ucraini hanno fatto in questi anni e sarebbe un errore trattarli come un dossier amministrativo fra tanti. Per molto tempo abbiamo pensato che il mercato, il commercio e l’interdipendenza bastassero a garantire la pace. Oggi sappiamo che non è così. La libertà va difesa. La democrazia va protetta. E Kyiv ci ricorda ogni giorno che questi valori sopravvivono soltanto quando qualcuno è disposto a sostenerne il costo. L’Ucraina non è soltanto una frontiera geografica. E’ la frontiera politica e morale dell’Europa del XXI secolo”.Il ragionamento di Picierno dal fronte europeo si sposta rapidamente a quello italiano e la vicepresidente del Parlamento europeo mostra l’elefante nella stanza: la deriva movimentista del Pd. Chiediamo: quali sono tutte le derive grilline e post-grilline che il Pd non riesce a governare? “Per raccontarle tutte servirebbe davvero un saggio. Il Movimento 5 stelle è cambiato profondamente rispetto alle sue origini. Ha perso quella carica di novità, talvolta confusa ma certamente dirompente, che aveva caratterizzato la sua fase iniziale e si è progressivamente adattato ai rituali più tradizionali della politica italiana. Sono passati dall’uno vale uno al Conte al governo vale tutto. Ma non si è trattato di una maturazione politica. Piuttosto di una normalizzazione dell’antipolitica. Il punto, però, non è il destino del Movimento. Il punto è l’influenza culturale che il populismo ha esercitato sull’intero sistema politico italiano. Il populismo semplifica ciò che è complesso, trasforma ogni problema in uno scontro morale, sostituisce il governo dei processi con la ricerca del colpevole. E’ una cultura politica che preferisce il rifiuto alla costruzione, la denuncia alla proposta, il veto alla responsabilità. Il mito della decrescita felice, il No al Tap, il No alla Tav, il No agli inceneritori, il No al nucleare. Tutti No rigorosamente con la N maiuscola. Come se la complessità potesse essere affrontata cancellando le scelte invece che prendendole”. Facciamo notare a Picierno che oggi però il M5s, nella coalizione, pesa molto ma non pesa come poteva pesare un tempo: oggi il Pd vale, stando ai sondaggi, almeno dieci punti in più del M5s, come si può pensare che realisticamente, a lungo termine, possa dettare la linea? “La vera forza del populismo non è stata quella di vincere. E’ stata quella di contaminare. Ha convinto una parte della politica che governare fosse meno importante che rappresentare una rabbia, che la testimonianza fosse più utile della soluzione, che l’identità fosse più redditizia del progetto. Ed è qui che vedo il limite del Pd. Una forza nata per governare il cambiamento ha finito talvolta per inseguire il linguaggio di chi il cambiamento preferisce contestarlo. Una forza che avrebbe dovuto sfidare culturalmente il populismo ha spesso preferito adattarsi ad alcuni dei suoi riflessi condizionati. Quando una forza riformista rinuncia alla battaglia delle idee e sposta tutto sulla competizione tra leadership, smette di essere protagonista e diventa imitatrice. E in politica, come nell’arte, il manierismo raramente produce innovazione”.“Il M5s è passato dall’uno vale uno al Conte al governo vale tutto. E’ la normalizzazione dell'antipolitica”Chiediamo dunque a Picierno, prima di distrarci con il souvlaki. Non ha dubbi, dunque? Lascia il Pd? “Di dubbi ne ho avuti moltissimi, mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio. Soprattutto perché il Pd per me era davvero casa: al Nazareno, che era prima la sede nazionale della Margherita, sono cresciuta proprio in senso fisico. Ci ho messo piede la prima volta da ragazzina, dopo essere stata eletta segretaria nazionale del Giovani della Margherita. Lì dentro ho fatto nottate, ho vissuto anni intensissimi, ho imparato, ho intrecciato amicizie profonde, di quelle che riempiono la vita. Insomma al Nazareno io ho vissuto nel senso più pieno. Dopo gli anni della Margherita abbiamo provato a unire le migliori tradizioni democratiche del paese, a conciliare la giustizia sociale con la libertà individuale, ad avvicinare e tenere insieme le aspirazioni socialiste e liberali. Questo era e sarebbe dovuto essere il Pd. Ma ha subìto uno snaturamento avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto. Il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Resto democratica, non torno indietro”.Un nuovo progetto politico ha bisogno di superare tabù. Quali sono i tabù economici dell’Italia che impediscono al nostro paese di prosperare? “Tutti quelli che nascono dalla difesa di microinteressi, rendite di posizione e privilegi consolidati. L’Italia non soffre di una cronica mancanza di risorse. Soffre di una cronica incapacità di scegliere. Lo vediamo nel sistema fiscale, appesantito da centinaia di agevolazioni e regimi speciali spesso inefficaci; nel sistema degli incentivi alle imprese, diventato un labirinto che ha sostituito la politica industriale con la frammentazione; nella difficoltà di affrontare temi come la concorrenza, le concessioni, il mercato immobiliare, le pensioni o la semplificazione amministrativa senza cedere a pressioni corporative. Troppo spesso la politica preferisce distribuire eccezioni invece di costruire regole. Bonus, condoni, deroghe e sussidi finiscono per sostituire le riforme. Il Superbonus 110 per cento rappresenta probabilmente il caso più clamoroso: una misura costosissima, dagli effetti sociali e ambientali molto inferiori alle aspettative, che ha mostrato quanto sia facile spendere risorse e quanto sia difficile produrre trasformazioni.Lo stesso vale, in parte, per il Pnrr. Resto una convinta sostenitrice di Next Generation Eu, ma dobbiamo avere l’onestà di chiederci se quasi duecento miliardi di investimenti pubblici abbiano davvero aumentato la capacità di crescita del paese. Hanno certamente aiutato l’Italia ad attraversare una fase difficile. Ma se una mole così straordinaria di risorse non riesce a modificare strutturalmente la traiettoria economica del paese, il problema non è la quantità degli investimenti, è la qualità dell’ecosistema che dovrebbe riceverli. Quando gli investimenti pubblici cadono su un sistema poco dinamico, rischiano di trasformarsi semplicemente in spesa”. E dunque cosa manca oggi, di concreto, quando si osservano le agende di sinistra e di destra? “Io credo che la politica debba tornare a fare la politica: riforma fiscale, scuola, università e ricerca all’altezza delle trasformazioni digitali e dell’intelligenza artificiale, mobilitazione del capitale privato, sostegno all’innovazione, semplificazione burocratica, valorizzazione del lavoro qualificato e una strategia energetica finalmente pragmatica. Continuo a trovare surreale un dibattito che divide il paese tra fossilisti, rinnovabilisti e nuclearisti. La realtà è che la domanda energetica del futuro richiederà tutto: rinnovabili, nucleare, nuove reti e sicurezza degli approvvigionamenti. I ritardi accumulati dall’Italia derivano soprattutto dall’incapacità di decidere. Lo stesso vale per il Green deal. Non può diventare né una religione civile né il capro espiatorio di ogni difficoltà economica. Deve tornare a ciò che avrebbe dovuto essere fin dall’inizio: una grande politica industriale europea. Infine ci sono i diritti civili, che non rappresentano una questione separata dalla crescita di un paese. Una società che non riesce a dare una risposta sul fine vita o che continua a tollerare la detenzione di ventisei bambini insieme alle loro madri dimostra che il problema italiano non è soltanto economico. E’ la difficoltà di trasformare soluzioni spesso evidenti in decisioni concrete. In fondo il vero tabù italiano è questo: sappiamo quasi sempre cosa andrebbe fatto. Troppo spesso manca il coraggio politico per farlo”.Un nuovo soggetto politico, naturalmente, quando prende forma, non sempre può nascere dentro un solco preciso. Quali sono i confini dentro cui si muoverà Picierno? “Io credo che quel solco è già tracciato ed è nato intorno alle battaglie che in questi ultimi anni insieme a tanti abbiamo portato avanti per la difesa delle democrazie liberali, contro le autocrazie e per avere un’Italia e un’Europa davvero forti e capaci di determinare il proprio futuro. Intorno a questo, credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla di costruire con fiducia il cambiamento. E’ un deserto che va affrontato ricomponendo una diaspora e mettendo da parte personalismi e utilitarismi. Non mi piace la parola costituente perché le esperienze presenti in questo campo già con impegno hanno svolto un lavoro importante in questi anni, credo che sia necessaria una fase rigenerante, che unisca anziché dividere, aiutata anche da una nuova generazione europeista che deve essere al centro della scena. Occorre lavorare contro la polarizzazione, essere affidabili e coerenti, ricostruire un rapporto fiduciario tra mondi produttivi, mercati e politica. Credo che sia quanto di più difficile si può provare ma credo che valga la pena mettere in campo una nuova iniziativa plurale, democratica, che voglia occuparsi di bisogni e opportunità, libertà e diritti, equilibrio tra responsabilità sociali e responsabilità individuali, tutte cose di cui si parla poco e male”.“Serve, un nuovo soggetto politico largo che nasca per unire esperienze diverse. Mi metto al servizio di questa idea”A Picierno non possiamo non far notare che in Italia ci sono sempre più movimenti centrali e centristi. Rispetto alle traiettorie di Calenda, Renzi, Ruffini, Salis, come si collocherebbe la traiettoria di questa nuova esperienza? Picierno fa capire di non voler fondare un nuovo partito. Fa capire di voler aiutare chi intende far nascere un polo autonomo dai bipopulismi, ad avere un sostegno in più. “Dove mi colloco? Da Ventotene a Kyiv passando per il mio sud e arrivando a Bruxelles ma la traiettoria che mi preoccupa di più è quella del paese. Il bipolarismo è declinato verso una polarizzazione pericolosa e inconcludente. Fermare questo declino mi pare sia un obiettivo che unisce le esperienze e le persone che ho citato. Io penso che l’Italia abbia bisogno di un’iniziativa nuova, aperta alla società italiana, con la testa a Bruxelles e il cuore nelle città italiane. E abbiamo un compito già da subito: portare il dibattito pubblico a livelli più adatti a un grande paese come il nostro. Possibile che bisogna attendere una lettera enciclica per leggere cose sensate su un tema fondamentale per il futuro come l’intelligenza artificiale? Possibile che debba essere Mario Draghi da Aquisgrana a parlarci dell’Europa possibile? Possibile che debba essere Romano Prodi a riflettere di concentrazione del potere economico e politico e di come questo sia uno dei grandi mali del tempo che viviamo? La politica è tante cose, lo so benissimo, non è un circolo intellettuale. Ma quando divorzia dalla cultura, quando perde visione è la sua funzione a essere compromessa”. Insistiamo: ci sono molti soggetti centristi. Azione, +Europa , Libdem, Italia viva, Ora, Più Uno. Il nuovo soggetto che ha in mente Picierno ha caratteristiche che altri non hanno, nasce per provare a tenere insieme tutto o è alternativo a tutto questo? “Ma io non credo affatto che serva l’ennesimo piccolo partitino. Penso che sia necessario ridurre la frammentazione e dare una casa accogliente, plurale e inclusiva, all’elettorato democratico, socialista, radicale liberale e riformista. E credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo, che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto”.Il percorso di Picierno, da questo punto di vista, e la sua rottura con il mondo democratico già emersa con forza anche durante la campagna referendaria, con la vicepresidente del Parlamento europeo che ha votato Sì accusando il suo partito di aver ecceduto nel ripudio di ogni forma di garantismo, nasce da lontano e Picierno prova a raccontarlo. “Lo scadimento della vita democratica non attraversa solo le istituzioni ma anche i partiti e il Partito democratico non ne è esente. Quando ho iniziato a frequentare i luoghi della politica ho imparato che il pensiero divergente era una ricchezza che aiutava a crescere, a formarsi. Ricordo che ai tempi dei Giovani della Margherita casa mia era piena di giovani dirigenti di Rifondazione comunista o del sindacalismo universitario, si litigava, si discuteva, si era diversi ma si cresceva nella cultura del rispetto dell’altro e ognuno di noi ha capito le aspirazioni, le ferite e le storie che c’erano dietro ai nostri ideali. Oggi, nonostante le grandi speranze iniziali l’assetto ideologico della segreteria Schlein è assai carente, molto retorico, identitario e quindi conviene alla sua cerchia creare una nemica pubblica anziché sedersi a discutere”. Pausa, souvlaki residuo, poi Picierno riprende. “Ho sperimentato una grande solitudine, anche di fronte a vicende dure in cui avrei avuto bisogno di sentire accanto la mia comunità. Mi riferisco agli effetti collaterali del mio impegno istituzionale e politico di cui non parlo spesso e nemmeno volentieri, perché preferisco parlare delle cose che faccio, e quindi delle mie lotte, su tutto e prima di tutto, del lavoro che mi ha occupata di più in questi anni come vicepresidente del Parlamento Ue: connettere il network dei ‘liberi e forti’ per opporci alla ‘società per azioni delle autocrazie’, per citare Anne Applebaum; se le autocrazie si stringono attorno al mito del potere illimitato, se esiste una Spa delle autocrazie, noi dobbiamo connettere il network di chi lotta per la libertà e per la democrazia. Di questo lavoro importante, che poi ha trovato nella Conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia anche un luogo annuale e fisico di ritrovo, purtroppo in Italia si è parlato poco ma è un privilegio e un onore condividere lavoro e visione con Roberta Metsola, Yulia Navalnaya, Svetlana Tikhanovskaya, Oleksandra Matviichuk, Shirin Ebadi e tante altre. Tornando a cose meno entusiasmanti, agli effetti collaterali dicevamo, sì, è innegabile che non ci sia stata solidarietà per le cose che mi sono accadute: le notizie false sul mio conto, le fabbriche di troll sempre attive sui miei profili, gli attacchi ibridi che non conto, e nemmeno per le minacce alla mia incolumità e per la scorta che è seguita. Lo dico perché non si tratta solo di un doloroso fatto personale, io credo sia soprattutto un fatto politico di prima grandezza. Oggi opporsi al potere criminale di Vladimir Putin non significa soltanto prendere posizione contro un’aggressione militare, ma riconoscere la natura di un sistema che si fonda sulla repressione del dissenso, sull’eliminazione dell’opposizione, sul controllo dell’informazione, sull’uso sistematico della propaganda e della corruzione come strumenti di influenza nelle democrazie occidentali”. Tema evidente: si può essere antifascisti, oggi, senza essere in prima linea contro il fascismo putiniano? “Non c’è stata solidarietà per ciò che mi è accaduto. Nemmeno per le minacce ricevute e la scorta che ne è seguita”“Il fascismo putiniano non si limita ai confini della Federazione russa, ma si proietta dentro le nostre società, alimentando reti di consenso, ambiguità politiche e zone grigie che finiscono per indebolire la capacità delle democrazie europee di difendersi. Denunciare queste dinamiche non dovrebbe essere considerato un atto divisivo, ma un dovere politico e morale. E tuttavia, di fronte alle mie prese di posizione, il silenzio non solo è stato persistente, ma ha assunto i contorni di una scelta. Credo dovuta a una forma di cautela nei confronti di interlocutori considerati strategici – a partire da Giuseppe Conte e dal Movimento 5 stelle, le cui ambiguità sulla politica estera e sul rapporto con la Russia sono note e mai davvero risolte – ma che ha avuto il prezzo altissimo di sacrificare la credibilità del Partito democratico proprio sui temi che ne definiscono l’identità europea, atlantica e antifascista. Questo silenzio è diventato la cifra di una linea politica sempre più identitaria e regressiva, e che ha cancellato la natura di quello che fino a poco tempo fa era l’ultimo grande partito non personale della politica italiana”.“Denunciare il fascismo putiniano non dovrebbe essere un atto divisivo, ma un dovere politico e morale”Cosa intende quando parla di silenzio? “Al netto delle amiche e degli amici personali che anche nel Pd ci sono stati e ci saranno sempre, ho vissuto un isolamento difficile da raccontare, proprio nel momento di mia maggiore esposizione tra attacchi ibridi e minacce, dal gruppo dirigente nazionale del mio partito non c’è stato nessun aiuto, nessuna mano tesa. Al contrario: hanno voluto ‘silenziare’ quello che mi stava succedendo fino al punto di impedire interviste, uscite stampa o tv per raccontare e ricostruire questa mia vicenda umana e politica. Ho avuto la sensazione che la mia casa non solo non mi proteggesse più, ma che addirittura fosse un luogo ostile. Fino alla scoperta più incredibile, che anche in queste ore è stata ripresa da alcuni organi di stampa: anche da esponenti del Pd sarebbero arrivati attacchi coordinati. Mi sono dovuta stropicciare gli occhi diverse volte quando l’ho saputo. Perché questi sono metodi e modi che ricordano un passato che non deve tornare. Mi permetto di ricordare ai naviganti e ai conducenti che quando le esperienze politiche non si intrecciano con le esperienze umane, diventano abisso. Per me la politica è sempre stata impastata di legami umani profondissimi e di sentimenti che si educano proprio quando le differenze sono più profonde. Viviamo in tempi in cui invece le differenze sono determinanti per costruire identità, casematte da cui escludere gli altri per essere certi della propria presunta superiorità morale. Cosa che onestamente credo faccia ridere la stragrande maggioranza degli italiani. Ma è tipico di certa cultura comunista, diciamocelo. Il cruccio però non resta a me: ho chiesto tante volte e atteso con pazienza un chiarimento che non è mai arrivato. E soprattutto, ogni volta che vado a Kyiv si rafforzano le mie convinzioni e la mia determinazione. Non mi sfugge che il cuore della proposta di Putin, Trump, Netanyahu e dei loro alleati sia il rifiuto di un modello fondato sulla limitazione dei poteri, tanto in ambito geopolitico che economico. Pensare di contrastare questa forza potentissima recuperando pugni chiusi e bandiere del passato, rischia di essere quantomeno ingenuo. Spero però che qualche scrupolo resti al gruppo dirigente del Pd, che ha sapientemente prodotto e cercato questo esito”. A Picierno chiediamo quanto abbia pesato sul suo percorso anche il rapporto complicato che ha il Pd, da tempo, con la lotta contro l’antisemitismo.“Non c’è un antisemitismo tollerabile perché proviene dal campo ‘giusto’. C’è una deriva che dovrebbe preoccupare tutti”“Ho il sospetto che il problema non sia soltanto l’incapacità di riconoscere certe derive. Il problema è che troppo spesso manca persino la volontà di affrontarle. L’antisemitismo attraversa la storia europea da secoli. Cambia linguaggio, cambia simboli, cambia argomenti, ma conserva una straordinaria capacità di adattamento. Quando non lo vediamo non significa che sia scomparso. Significa, molto spesso, che si è reso più difficile da riconoscere. Per questo considero pericolosa ogni tentazione di trattare l’antisemitismo come una questione di appartenenza politica. Non esiste un antisemitismo tollerabile perché proviene dal campo giusto. Non esiste un pregiudizio accettabile perché indirizzato contro il bersaglio sbagliato. Negli ultimi anni ho avuto l’impressione che il tema sia diventato anche uno strumento attraverso cui regolare conti politici, ridefinire appartenenze, distribuire patenti morali. E’ una deriva che dovrebbe preoccupare tutti. Perché quando l’antisemitismo diventa materia di contesa identitaria, si finisce inevitabilmente per perdere di vista gli ebrei reali e il problema reale. Il caso di Erri De Luca racconta anche questo. Non la necessità di essere d’accordo con ogni sua parola, ma l’importanza di preservare uno spazio di libertà intellettuale nel quale sia ancora possibile discutere senza essere immediatamente trascinati davanti a un tribunale morale. La politica democratica dovrebbe imparare a distinguere tra il dissenso e l’odio, tra la critica e la discriminazione, tra il confronto e la delegittimazione. Quando smette di farlo, produce soltanto nuove ortodossie. E le ortodossie, nella storia europea, non hanno quasi mai generato libertà”. Il tempo è quasi finito, i caffè sono in arrivo, ci restano pochi minuti e molte domande. Primo: in cosa è deficitario l’europeismo del campo largo e quello del centrodestra? “Quello della destra non esiste, quindi è un po’ difficile trovare punti deboli. Una destra né popolare, né liberale non ha gli strumenti per interpretare il bisogno e la necessità dell’Europa. Quando siede ai tavoli europei non apre la cartellina con i dossier e le proposte italiane, apre un menù da cui crede di poter scegliere quello che le piace senza pagare il conto. Che è un conto composto innanzitutto dal prezzo della responsabilità e della coerenza. E’ dall’alternativa che ci si aspetta una visione e una proposta più articolata e seria: dovremmo batterci con chiarezza per un’Europa finalmente federale, capace di superare il diritto di veto, di rafforzare la propria autonomia strategica in materia di difesa ed energia e di agire come un vero soggetto politico globale. Quel che non torna è che dovremmo fare tutto questo con alcuni partner di coalizione che, ogni giorno, lavorano in direzione opposta: per un’Europa minima, frammentata, incapace di difendersi, di decidere e quindi irrilevante. Continuare a rimuovere questo nodo significa non comprendere che è proprio su queste linee di frattura che si giocherà la possibilità di vincere o perdere le prossime elezioni. E il mio impegno, per il futuro, sarà questo: dare una mano per creare un’alternativa all’Italia dei populismi incrociati”.