Come già accaduto altre volte nel corso della sua storia, il Libano è teatro di una guerra voluta da altri e di cui, da solo, non può decidere le sorti. Al centro del complesso scenario bellico tra Iran, Israele e Stati Uniti, il piccolo paese del Medio Oriente si ritrova a fare i conti con sfollamenti, raid aerei e un’avanzata militare come non accadeva da decenni. Nel fine settimana, le truppe israeliane hanno issato la loro bandiera sul castello di Beaufort, segnando la più profonda incursione nel Libano meridionale dalla fine dell’occupazione, durata dal 1982 al 2000. Per tutta risposta, Hezbollah ha colpito con attacchi missilistici le comunità e i villaggi nel nord di Israele. Citando quelle che ha definito ‘ripetute violazioni’ da parte di Hezbollah di un cessate il fuoco ufficialmente in vigore dal 17 aprile ma mai rispettato da nessuna delle due parti, Benjamin Netanyahu ha quindi ordinato massicci bombardamenti contro i sobborghi meridionali di Beirut, abitati prevalentemente da sciiti e considerati da Israele una roccaforte di Hezbollah. Secondo quanto riportato dal sito di notizie statunitense Axios solo l’intervento americano ha scongiurato l’attacco. Donald Trump avrebbe imposto l’altolà all’operazione in una telefonata al vetriolo con il premier israeliano in cui ha definito l’alleato “completamente pazzo”, accusandolo di mettere a rischio i colloqui di pace con l’Iran. L’escalation in Libano, comunque, è stata seguita dalla decisione della leadership politica iraniana – successivamente smentita da Washington – di interrompere ogni ulteriore negoziato, ribadendo che un cessate il fuoco in Libano è e resta una condizione preliminare per una tregua più ampia con gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: ogni spiraglio di accordo tra Usa e Iran rischia di frantumarsi sul fronte libanese.