Secondo i dati di Istat, in Italia oltre il 43% delle donne dichiara di aver subito, nel corso della vita lavorativa, qualche forma di discriminazione o vessazione. C’è qualcosa che continua a rendere le donne un “problema” nei luoghi di lavoro. E non riguarda solo le circostanze più evidenti — la maternità, il matrimonio, la gestione del tempo di cura — né si esaurisce nei conflitti professionali.Nelle donne prevalgono infatti le dinamiche ritorsive: quelle che non colpiscono ciò che fai, ma chi sei. È il segno di un problema strutturale, che rende molti ambienti di lavoro ancora oggi luoghi poco accoglienti per una donna.
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Quando un uomo viene preso di mira, l’attacco riguarda più spesso il ruolo o la competenza tecnica: una sfida che si può vincere o perdere. Quando accade a una donna, l’obiettivo diventa l’identità. L’isolamento, lo svuotamento delle mansioni, la messa in discussione della legittimità stessa della sua presenza. In questi casi vince il banco: una struttura costruita e rafforzata da logiche maschili e patriarcali. Talvolta, come nella storia che segue, anche la vita privata diventa uno strumento di pressione e di ricatto professionale.






