Roma, 3 giugno 2026 – L'Italia lavora di più, ma non necessariamente produce più ricchezza. È il paradosso che emerge dal Rapporto annuale dell’Istat: l’occupazione tiene, ma il suo baricentro si sposta lontano da fabbriche, negozi e uffici pubblici. C’erano una volta le tute blu, simbolo dell’Italia industriale. Oggi sono molte meno: tra il 2007 e il 2024 l’industria in senso stretto ha perso quasi 700mila unità di lavoro e la manifattura ha ridotto la propria forza lavoro del 16,9%. La fotografia dell’Istat non racconta una normale oscillazione congiunturale, ma una ricomposizione profonda della struttura produttiva. Industria, commercio e Pubblica amministrazione hanno perso complessivamente 1,35 milioni di unità di lavoro: quasi 700mila nell’industria, 300mila nel commercio, oltre 225mila nella Pa. Nello stesso periodo altri comparti ne hanno guadagnate poco meno di 2 milioni: sanità e assistenza sociale quasi mezzo milione, attività professionali, scientifiche e tecniche oltre 400 mila, come i servizi di alloggio e ristorazione.
Il sorpasso dei servizi
Il saldo occupazionale, dunque, non è negativo. Ma l’Italia non ha soltanto sostituito posti persi con nuovi posti; ha cambiato mestiere. La quota della manifattura sull’occupazione, misurata in unità di lavoro, è scesa di 3,3 punti percentuali e nel 2024 si è fermata al 14,1% del totale. I servizi hanno guadagnato peso, ma con un profilo diverso: crescono attività ad alto contenuto professionale, ma anche turismo, ristorazione, cura e assistenza, spesso caratterizzati da bassa produttività, stagionalità e salari più fragili. Qui si apre il vero nodo. Il lavoro aumenta, ma si concentra in comparti ad alta intensità di manodopera e a minore capacità di generare valore aggiunto. La manifattura, quando è integrata con ricerca, export e servizi avanzati, produce tecnologia, filiere, competenze e indotto. Quando arretra, non scompare soltanto un posto di lavoro; si indebolisce un ecosistema.








