Economia 08 giugno 2026 Quattro grafici per capire perché la produzione in Italia cala rispetto agli altri Paesi, e in che settori ANSA/ALESSANDRO DI MARCO Lorenzo Ruffino si occupa di analisi di dati e ha una newsletter su Substack, in cui spiega fenomeni dell’attualità, partendo sempre dai dati e limitando le opinioni: ci si iscrive qui.

La produzione industriale italiana nel 2025 resta sotto i livelli degli anni precedenti. Posto uguale a 100 il livello del 2000, l’indice elaborato dall’Istat che misura la quantità fisica di beni che escono dalle fabbriche, valeva 101 al picco del 2007 ed è sceso a 77 nel 2025. Le fabbriche italiane producono oggi il 23 per cento di beni in meno rispetto al 2000.

La discesa è avvenuta a gradini: una prima caduta con la crisi finanziaria del 2008 e una seconda con la crisi dei debiti sovrani europei del 2011-2013, nessuna delle due mai recuperata. Dopo il rimbalzo seguito alla pandemia la produzione è tornata a calare per tre anni di fila, dal 2023 al 2025. Fra le grandi economie europee l’Italia è quella con il dato peggiore.

Raccontare l’industria italiana solo come un declino sarebbe però fuorviante. Mentre la quantità fisica di beni prodotti scendeva di un quarto, il valore creato da quei beni scendeva molto meno, le esportazioni crescevano e l’attivo commerciale restava tra i più alti d’Europa. La domanda, quindi, non è tanto se l’Italia abbia ancora un’industria, ma perché quell’industria ha smesso di crescere.Vent’anni di produzione in calo Negli ultimi ventisei anni il punto più alto l’industria italiana lo ha toccato nel 2007, con l’indice a 101. In quei sette anni la produzione era cresciuta solo dell’1,3 per cento, una sostanziale stagnazione. La crisi finanziaria del 2008 e quella dei debiti sovrani del 2011-2013 hanno poi trasformato la stagnazione in un calo, portando l’indice a 78 nel giro di sei anni, prima che la pandemia lo spingesse al minimo di 73 nel 2020.