Quando qualche collega voleva iniziare a cimentarsi con le materie cyber, ho sempre raccomandato di leggere i pezzi di Carola Frediani. Perché in un mondo che corre dietro all'ultimo clic, alla presunzione di saperne di più, di avere l'ultima parola, Carola ha rappresentato ciò che che vuole fare giornalismo dovrebbe sempre ricordarsi di fare: esercitare un giusto scetticismo, fare domande, coltivare con pazienza contatti di persone autorevoli, controllare, ricontrollare, controllare un'ultima volta. “La scuola Frediani mi dicono sia molto buona”, le avevo scritto un giorno, qualche anno fa, mentre ci confrontavamo su alcune faccende di lavoro, e con la sua straordinaria semplicità mi aveva risposto con una risata.Oggi Carola è morta, all'età di 51 anni. E chi ha avuto l'onore, il piacere e la fortuna di poter condividere un pezzo di strada con lei sa che vuoto lascia. Negli affetti e per la professione. Aveva maturato una grande competenza sulla cybersicurezza, i diritti digitali, il funzionamento della rete, e per questo sapeva trasmettere anche gli argomenti più complessi con grande semplicità, arrivando dritta al cuore dei problemi, cogliere le sfumature e raccontarle senza troppi fronzoli. E, soprattutto, senza fare sconti. Al contempo, era sempre molto generosa con i colleghi, aperta al confronto, prodiga di consigli.Non c'è miglior modo per rendere onore a ciò che Carola Frediani ha rappresentato per il giornalismo italiano che prendersi un po' di tempo e rileggere ciò che ha scritto per le testate con cui ha collaborato (tra cui Wired, La Stampa, l'Espresso, Il manifesto) e per sostenere il progetto di informazione che ha contribuito a co-fondare e di cui era “anima e linfa”, come ricordato dalla redazione: Guerre di rete. Quelle guerre a lungo invisibili a cui lei ha sempre dedicato tanta attenzione, dimostrando perché siano così rilevanti nella vita quotidiana di tutti tanto da trasformare prima la newsletter e poi la piattaforma di Guerre di rete in una comunità.Da giornalista attenta e puntuale, metteva nei pezzi solo le informazioni giuste e necessarie per riportare una notizia. Ma da quei taccuini analogici o virtuali pieni di annotazioni traeva spunto per raccontare la tecnologia e la cybersecurity anche in altre forme, come i libri. L'inganno dell'automa, pubblicato nel 2025, è un'opera di fantasia in cui però si rintraccia l'attenzione al dettaglio e la meticolosità della reporter.Quando il crimine informatico, la violazione dei diritti digitali, i conflitti che si combattono dietro uno schermo sembravano ancora fantascienza e materia per pochi, Carola ha avuto l'intuizione di dare voce e visibilità a quel mondo. Rileggendo oggi alcuni dei suoi pezzi per Wired disponibili online e ormai di una decina di anni fa, si vedono già venire a galla i problemi che oggi sono un tema quotidiano. E nonostante la scarsa attenzione da parte dei media e dell'opinione pubblica, non ha desistito, trovando una sua strada, una sua comunità e una voce che rimarrà tra le più riconosciute nel nostro settore.Carola ha avuto verso la tecnologia un approccio attento e critico. E quando dico di critico, lo intendo nel modo più letterale e corretto del termine, di discernimento dei fatti, degli eventi, delle notizie. Proprio quello di cui c'è più bisogno in un momento in cui persino la tecnologia è diventata materia di tifoserie. Quel metodo, quella scuola Frediani, è un dono prezioso che Carola ci ha lasciato, da custodire, preservare e trasmettere a chi vuole occuparsi di queste materie.Carola ci mancherà.Qui a Wired ci stringiamo alla sua famiglia, al marito Luca, a suo figlio, Leone, alle persone che collaborano a Guerre di rete e alle tante che hanno avuto modo di conoscerla.
Carola Frediani non ha mai fatto sconti alla tecnologia. La sua voce ci mancherà
Giornalista, esperta di cybersecurity e diritti digitali, è morta a 51 anni. A Wired la ricordiamo per il suo grande contributo al dibattito critico sulla tecnologia










