Genova . “Ho capito che mi piace spiegare le questioni complesse, unire i puntini”, raccontava, ed erano i primi mesi di vita della sua newsletter, nel 2018. Non intendeva dire semplificare, semmai svolgere una matassa aggrovigliata. Negli anni aveva acquisito non solo conoscenza tecnica sui temi del digitale, della cyber-sicurezza, delle tecnologie di controllo, ma anche una padronanza nella scrittura invidiabile. Negli approfondimenti sulle questioni più intricate scioglieva i nodi e, all'occorrenza, anticipava e rimandava, per poi riprendere il dettaglio più avanti, sempre nel momento necessario, proprio quando il lettore ne aveva bisogno. Per chi leggeva era come essere accompagnati in una grotta da uno speleologo esperto, capace non solo di illuminare quello che altri non vedono ma anche di spiegare perché è così, in grado di fare apprezzare persino spigoli e cunicoli che, nel caso delle sue esplorazioni, erano di bit più che di pietra. Carola Frediani ci ha lasciato oggi, mercoledì 3 giugno, a soli 51 anni dopo una lunga malattia. Genovese, era una delle più note giornaliste tecnologiche italiane. Una delle più preparate quando si trattava di indagare i risvolti politici e sociali dell’hi-tech, una delle più chiare e avvincenti quando c’era da raccontare. La sua newsletter Guerre di Rete (nata dall’omonimo libro pubblicato da Laterza nel 2018) contava oltre 15mila abbonati e tra questi c’era di tutto. Giornalisti, hacker di varie generazioni, dirigenti di aziende tecnologiche, consulenti della sicurezza informatica, cyber-attivisti di differente orientamento, semplici curiosi. Tutti l’aspettavano la domenica mattina. Aveva scelto di non inseguire più il ciclo forsennato delle notizie; per quanto la tentazione di cedere alla più immediata attualità la tormentasse, resisteva, studiava, aspettava e nel giorno comandato univa i puntini. Che si trattasse del sabotaggio delle infrastrutture critiche di un Paese tramite un virus informatico, dell’ultimo tentativo di svelare l’identità di Satoshi Nakamoto, il mitico creatore della criptovaluta Bitcoin, o ancora di migliaia di cellulari che esplodono al momento stabilito, chi voleva capire di più, o semplicemente capire, doveva leggere lei. Aveva iniziato la carriera a Genova nei primi anni 2000 nell’agenzia Totem di Franco Carlini, tra i primi giornalisti italiani ad occuparsi di Internet. Da lui aveva imparato che le tecnologie sono un punto di osservazione privilegiato della società perché attraversano, influenzandole, tutte le sfere dell’agire umano: consumi, costumi, politica, intrattenimento, conflitti. Negli anni scrisse articoli e realizzò inchieste per le maggiori testate italiane, da Wired alla Stampa, dall’Espresso, al manifesto, da SkyTg24 al giornale della sua città, Il Secolo XIX. Fu tra le poche ad addentrarsi nel cosiddetto “dark web”, la parte della Rete che sfugge ai motori di ricerca, a cui dedicò anche un libro in cui mostrava che non era solo un ricettacolo di delinquenti ma anche uno spazio di libertà senza eguali in una società dove il controllo hi-tech è sempre più pervasivo (Deep web. La rete oltre Google. Personaggi, storie, luoghi dell'Internet profonda, Stampa Alternativa, 2016). L'esplorazione della faccia nascosta delle tecnologie era diventata la sua specialità. Quando, nel 2013, le avevano chiesto di scrivere un saggio su Anonymous, il misterioso collettivo cyber, fece l’unica cosa che pensava di dover fare: esplorare in prima persona. Prese a frequentare le sottoculture digitali, a indagare azioni, motivazioni, contraddizioni di quel movimento senza consistenza ma in grado di coagularsi per portare attacchi informatici ai maggiori sistemi di sicurezza in nome di un'etica. Raccontò tutto in un e-book pionieristico (Dentro Anonymous. Viaggio nelle legioni dei cyberattivisti, Informant), libero da pregiudizi e sensazionalismo, lontano dal romanticismo più facile. Anche per questo in quei luoghi virtuali, dove incontrava rivoluzionari, pazzi, hacker pronti a fare più volte il salto della barricata tra il legale e l’illegale, fu sempre accolta e rispettata nonostante la diffidenza istintiva verso i giornalisti che regna da quelle parti. Tutti le riconoscevano due tratti, innanzitutto: integrità (non c’erano altri fini se non quello di documentare) e competenza. Proprio quest'ultima le valse una seconda carriera. Nel 2018 una multinazionale dell’e-commerce le propose di diffondere tra i suoi dipendenti la cultura della sicurezza informatica. Le costò abbandonare il giornalismo come professione primaria e non pochi furono i tentennamenti. Alla fine vinse anche la stanchezza verso un mondo che non aveva avuto il coraggio di offrirle una doverosa stabilità economica. Per indole, però, non si abbandonava a risentimenti e quando decise non guardò più indietro. Anzi, trovò il modo di unire la conoscenza della cyber-sicurezza con la passione, tutta politica, per la libertà di espressione e i diritti civili. Passò ad Amnesty International e poi a Human Rights Watch, due tra le maggiori Ong a protezione dei diritti umani dove il suo compito era insegnare agli attivisti che vivono in Paesi autoritari a proteggersi dallo spionaggio informatico di governi censori e forze di polizia spione. Era orgogliosa, lei che in gioventù aveva fatto parte dell'associazione Mani Tese e aveva partecipato alle manifestazioni contro il G8 di Genova, di quella missione delicata su cui al contempo restava riservatissima. Nel frattempo, oltre alla newsletter, trovò il tempo di lanciare e coordinare il magazine digitale Guerre di Rete, raccogliendo intorno a sé brillanti collaboratori. Quando scriveva, Carola poteva creare una barriera invisibile tra sé e il mondo, rendendosi irraggiungibile da quanto accadeva intorno a lei. Quei momenti di concentrazione, figli di una disciplina quasi ascetica e apparentemente freddi, erano il risultato di una passione calda che coltivava anche nelle relazioni umane, alle quali contribuiva con un carattere gioioso e un’energia contagiosa. Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia era di casa, apprezzata tanto per i contributi di analisi e discussione quanto per le conversazioni, le cene, gli aperitivi che facevano da sfondo alla manifestazione. Le trasmissioni televisive divennero ospiti abituali nel suo appartamento nel quartiere di Sturla, dove si recavano per intervistarla ogni volta che le guerre diventavano informatiche, cioè sempre più spesso, come lei aveva intuito con largo anticipo. Generosa del suo tempo e della sua intelligenza, sono stati troppi per contarli i convegni, i simposi, le fiere a cui ha partecipato, in Italia e all’estero, sempre instancabile, alta e atletica come era, apparentemente inscalfibile dalla stanchezza. Amava il giornalismo e ne rispettava metodi e limiti religiosamente. Quando le veniva il desiderio di staccare l’immaginazione dai fatti non provava a forzare i confini del suo campo, preferiva confrontarsi direttamente con altri generi di scrittura e anche questo le riusciva bene, per non dire facile. Due i suoi romanzi: Fuori controllo (2019) e L’inganno dell’automa (2025), entrambi pubblicati dall’editore venipedia, dove le conoscenze dell'autrice, la sua esperienza di prima mano di persone e vicende del bosco e del sottobosco tecnologico, vengono messe al servizio di distopie sufficientemente somiglianti al mondo in cui viviamo da aiutarci a capire che cosa rischiamo. Il secondo romanzo comincia in Garfagnana, nella campagna toscana, luogo del cuore, selvatico e vero, dove si ritirava d’estate a scrivere e dove aveva appena comprato una nuova casa. A raccontarla così, in occasione della sua scomparsa prematura, sembra quasi che Carola Frediani abbia vissuto più vite, tutte intense, in un tempo troppo limitato. Avremmo voluto, amici e colleghi, che ne vivesse tante di più, perché molti, non solo lei, ne avrebbero beneficiato. Lascia un marito, Luca, un figlio adolescente, Leone, e sua mamma, Luciana, a cui vanno le condoglianze di questo giornale.