di
Cesare Giuzzi
L’imponente resoconto di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni edito da Zolfo
Sono passati quasi settant’anni da quando Giuseppe Doto, alias Joe Adonis, spostò baracca e burattini sul «transatlantico Conte Biancamano in partenza dagli Usa, cabina numero 26, prima classe», verso un altrettanto lussuoso appartamento al civico 7 di via Albricci, cuore di Milano a due passi dalla Madonnina. Mafia di ritorno, più che d’importazione. Perché Giuseppe Doto, origini avellinesi, era partito dalle sponde di Napoli nel 1903, e a New York s’era subito legato al gangster Lucky Luciano e ai clan di Cosa nostra. Ci saranno poi Gerlando Alberti, ’u Paccarè, l’imperturbabile, e il capo della mafia siciliana Luciano Leggio, detto Liggio, corleonese, catturato non a caso nel 1974 in un appartamento di via Ripamonti 166. Si faceva chiamare Antonio Farruggia, rappresentante di vini.
Bei tempi, quando Milano cadeva dalle nuvole e i boss erano considerati solo in trasferta per sfuggire alle manette durante la latitanza. C’è voluto più di mezzo secolo, ma forse non è ancora bastato, per capire che invece nella Milano dei dané i padrini avevano trovato il bengodi e le braccia spalancate di un pezzo di Nord Italia. All’altro, invece, era riservato il terrore: gli anni dei sequestri di persona, le estorsioni, le minacce. Vecchi metodi, ma sempre efficaci per far capire chi comandava, a Palermo come a Milano. Poi è arrivata la ’ndrangheta con i rapimenti diventati un’industria e la conquista di tutta la Lombardia dove le cosche hanno replicato «in franchising» il loro modello organizzativo. Dall’eroina alla coca, passando per la grande torta del riciclaggio. Per raccontare «ottant’anni di affari e delitti», torna in edizione aggiornata con Zolfo Editore Mafia a Milano e in Lombardia dei giornalisti Mario Portanova («il Fatto quotidiano»), Giampiero Rossi e Franco Stefanoni (entrambi al «Corriere della Sera»).








