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Marta Serafini

In difficoltà in patria per il voto e la leva degli ultraortodossi, il premier evita lo scontro

DALLA NOSTRA INVIATAGERUSALEMME - La telefonata durissima raccontata da Axios e il cessate il fuoco annunciato da Donald Trump in Libano hanno ridisegnato, in poche ore, il rapporto fra Washington e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano non può ignorare Trump, ma non può neppure permettersi di apparire come un leader che esegue. Per questo, dopo circa due ore di silenzio dal post su Truth, ha evitato lo scontro diretto con la Casa Bianca ma ha rilanciato, avvertendo che Israele avrebbe comunque colpito Beirut se Hezbollah non avesse fermato gli attacchi sul Nord del Paese. Il messaggio è stato doppio: obbedire, senza darlo troppo a vedere.

Non a caso, mentre calibra la risposta a Washington, continua a ribadire la linea della massima pressione su Teheran: ha detto che il regime iraniano «sparirà dalla scena mondiale» e che Israele non permetterà all’Iran di dotarsi di armi nucleari. È questo il passaggio in cui si trova oggi Bibi. Per anni lui e Trump si sono costruiti come figure speculari: leadership personalistica, linguaggio di rottura, insofferenza per vincoli e mediazioni. Dopo l’attacco israelo-americano contro l’Iran del 28 febbraio, i loro destini si sono legati ancora di più. Ma proprio qui sta il punto: più il rapporto è stretto, meno Netanyahu è davvero libero.