Quando Alejandro Zambra pubblica “Modi di tornare a casa”, nel 2011 (torna ora in libreria per Sellerio, nella traduzione di Bruno Arpaia), Augusto Pinochet è morto da cinque anni. La dittatura militare è archiviata da tempo ed è ufficialmente un capitolo della storia del Novecento latinoamericano. Eppure il romanzo non guarda agli anni del regime con l’urgenza testimoniale delle generazioni precedenti. Fa qualcosa di diverso: racconta che cosa significa essere cresciuti negli anni della dittatura senza averne potuto comprendere la realtà. «Mentre gli adulti uccidevano o morivano, noi disegnavamo in un angolo», racconta Zambra, nato nel 1975. È probabilmente una delle frasi che meglio sintetizzano la seconda “vague” della letteratura sudamericana sulla memoria storico-politica: non più il racconto diretto della repressione, ma quello dei suoi effetti anche indiretti, domestici, quasi atmosferici. Una sorta di ambigua infiltrazione. Negli ultimi due decenni, buona parte della narrativa latinoamericana è tornata sulle dittature militari degli anni Settanta e Ottanta – dal Cile all’Argentina, dall’Uruguay al Brasile – ma da una prospettiva diversa rispetto a quella maturata subito dopo la fine dei regimi. Se negli anni Novanta prevaleva il bisogno di testimoniare e denunciare (con eccezioni poetiche, come quell’ “Ho paura torero” di Pedro Lemebel riportato di recente a teatro con successo da Lino Guanciale), oggi molti scrittori sembrano interessati soprattutto alla “trasmissione del trauma”: al modo in cui il passato politico sopravvive nelle famiglie, nei silenzi, nei rapporti tra genitori e figli. La generazione di Zambra è centrale proprio per questo. Nel suo “Modi di tornare a casa”, Pinochet appare inizialmente come una presenza televisiva che interrompe i programmi per bambini. Prima ancora che truce figura pubblica, è un elemento del paesaggio domestico. Patricio Pron, anche lui nato nel ’75, nel romanzo “Lo spirito dei miei padri” si innalza nella pioggia, mette in scena un figlio che prova a ricostruire il passato militante del padre nell’Argentina post-dittatura, scoprendo soprattutto lacune e contraddizioni. Mariana Enriquez (1973) usa invece il registro del perturbante e del quasi-horror per raccontare un Paese in cui i fantasmi della repressione non sono mai stati davvero rimossi: desaparecidos, quartieri degradati, corpi invisibili continuano ad affiorare nei suoi racconti come residui politici. Anche la nonfiction si muove nella stessa direzione: nelle intensissime pagine di “La chiamata. Storia di una donna argentina” (Sur, traduzione di Maria Nicola), appena premiato con lo Strega Europeo, Leila Guerriero segue la vita di Silvia Labayru, sopravvissuta a un centro clandestino di detenzione durante la dittatura argentina. Il libro evita qualsiasi semplificazione morale. È un tour de force impressionante, un resoconto scritto quasi ora per ora. Guerriero lavora sulle ambiguità della sopravvivenza, sui sensi di colpa, sulle tensioni tra memoria individuale e memoria pubblica. È un approccio distante da ogni retorica, tanto dal paradigma dell’eroe quanto da quello della vittima cristallizzata come tale, senza tridimensionalità. «“Non capisco perché ti interessa tanto Silvia Labayru. Che cos’ha di particolare?”, dice una persona che mi dà delle informazioni e mi consiglia dei libri sull’argomento. “Non so cosa ci vedi”». La scrittrice risponde che vuole sostanzialmente complicarsi la vita.È interessante osservare come molti di questi libri oscillino tra i generi: biografia, reportage, saggio, romanzo. La forma ibrida non è un vezzo letterario: riflette il problema stesso che questi autori affrontano. La memoria familiare è quasi sempre incompleta, contraddittoria, frammentaria. Mancano documenti, oppure i documenti non bastano. Rimangono racconti interrotti, mezze frasi ascoltate da bambini. Fotografie senza contesto: «La prima volta che l’ho vista – scrive Guerriero a proposito del suo “personaggio” – è stata in una foto su un giornale. Benché fosse seduta su quella che sembrava la copertura di cemento di un pozzo, in un giardino ombroso, si capiva che era alta». Anche nel paesaggio italiano si sono imposti di recente libri che indagano nel cuore di tenebra del Sudamerica novecentesco. Penso al lavoro di Gaja Cenciarelli, “Il rivoluzionario e la maestra” (Marsilio): l’autrice non corre il rischio di trattare le vicende come materiali astratti, ma come esperienze radicali, che modificano relazioni, fisionomie familiari, identità personali. Anche qui emerge il tema dell’eredità, e come se ne può incarnare il peso e la responsabilità etica. Una donna che somiglia forse a chi scrive, che nella vita insegna, si imbatte nella vicenda di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera, rapiti nel 1972 in Uruguay e a lungo torturati. È commovente l’onestà del racconto; il nesso stabilito fra i traslochi della maestra del titolo e i traslochi, concreti e simbolici, di chi fa la rivoluzione. La schiena dritta, le scelte brucianti. La custodia della memoria, la sua trasmissione: lo storico Carlo Greppi, che da tempo riflette sulla trasmissione della memoria tra generazioni non come esercizio celebrativo, ma come problema concreto, persino linguistico, recupera la biografia di Franca Jarach, che mezzo secolo fa veniva sequestrata, appena diciottenne, a Buenos Aires (“Figlia mia”, Laterza). Una fra migliaia di desaparecidos. La madre, Vera, che ha lottato con le sue compagne di strada di Plaza de Mayo, offre un contributo lucido e accorato. Proiettato al futuro: con la stessa consapevolezza delle ricercatrici di Storia che appaiono in una linea parallela del film del brasiliano Kleber Mendonça Filho “L’agente segreto”. Non si può lasciare che la memoria si disperda. Viene utilizzato il linguaggio dello spy movie per raccontare identità ambigue, biografie opache, memorie manipolate. Nelle scene finali, quando il protagonista sembra dissolversi dentro una rete di identità incompiute e informazioni parziali, il film suggerisce che il passato politico non sia mai davvero archiviabile: continua a produrre omissioni, versioni concorrenti, vuoti difficili da colmare. Non esiste un accesso limpido alla verità, ma solo frammenti, documenti imperfetti, racconti che si contraddicono. Ma l’indagine non deve interrompersi.
Nel cuore oscuro del Sudamerica
Cosa resta di una dittatura? Come sopravvive la violenza nelle famiglie, nei silenzi, sui corpi? Da Alejandro Zamba a Leila Guerriero, Premio Strega europeo, i












