di
Barbara Visentin
Il gruppo guidato da Simon LeBon sarà in Italia per tre concerti a luglio. Il bassista: «Per un periodo ho pensato che fossimo finiti, ma il nostro Dna non si spezza»
Non importa quanto siano lontani gli anni 80, il Dna dei Duran Duran non si spezza: «Siamo ancora in quattro componenti della formazione originale e qualsiasi cosa facciamo insieme è un risultato di questo legame», racconta John Taylor, bassista del gruppo britannico capitanato da Simon Le Bon che arriverà in Italia per tre date estive, il 7 luglio all’Arena di Verona, il 9 alla Reggia di Caserta e l’11 a Villa Manin, a Codroipo (Udine).
«Possiamo suonare davanti a 50 o 50mila persone, ma quando siamo sul palco siamo come una squadra che si passa una palla immaginaria. Si crea un circuito di energia fra noi e a volte dimentichiamo che ci sono delle persone lì davanti». L’amore del pubblico, però, lo avvertono: «Siamo quel tipo di band che piaceva a un pubblico principalmente femminile quando quel pubblico era adolescente - riflette Taylor, 65 anni -, la musica è importantissima a quell’età, l’artista diventa qualcuno che ti salva la vita. Quindi poi sei per sempre grato agli artisti che ti hanno accompagnato da teenager e per noi è bellissimo, intanto perché riusciamo sempre ad avere una prenotazione in un ristorante italiano e poi perché quel legame resta, è come un rito di passaggio, come accade oggi con Sabrina Carpenter o Taylor Swift. Tutti noi abbiamo grande rispetto per quel legame perché tutti noi siamo stati salvati dalla musica».











