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È logico che le istituzioni europee reagiscano alle pesanti accuse della Casa Bianca e desiderino al più presto imboccare la via dell'autonomia strategica. Il problema però è definire una strategia vincente sia in termini di risorse che di interazione con le Bigh Tech. Conversazione di Michelangelo Colombo con il professor Marco Mayer

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No, è grave, ma non incolmabile. È un ritardo tecnologico che riemerge costantemente da 15 anni e che i decisori politici in Italia e in Europa hanno sempre ignorato. Mario Draghi ha sintetizzato l’effetto macroeconomico di questa divergenza: «Dal 2019 il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti è aumentato di nove punti percentuali», un indicatore che segnala non solo ritardo tecnologico, ma anche incapacità sistemica di trasformare risparmio in innovazione scalabile. La conseguenza è un ecosistema digitale frammentato, sotto-capitalizzato e dipendente da infrastrutture extra‑Ue, soprattutto nel cloud e nell’AI generativa. A questo punto serve una svolta.

No. Dobbiamo farlo nell’immediato perché non possiamo permetterci di perdere terreno anche nella fase applicativa dell’AI. Tuttavia non basta. Il nocciolo del problema è che a differenza della Cina da tempo la politica in Europa non fa i conti con gli sviluppi, le novità e i tempi della scienza e delle nuove scoperte tecnologiche. Chi crede davvero nell’autonomia strategica dell’Europa dovrebbe battersi per un radicale cambiamento di mentalità di cui pochi sono consapevoli.