Nella cornice di Palazzo Braschi che si affaccia su quella piazza Navona a cui Ettore Scola dedicò nel 1988 una serie italo francese per la televisione, in cui produsse sei episodi per sei registi esordienti, prende forma la mostra Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati che ritrae la carriera del grande regista di Trevico, ma romano d’adozione a dieci anni dalla sua scomparsa. Forse due sono gli elementi che più caratterizzano l’opera e il lavoro quotidiano di Scola, la macchina da scrivere che apre la rassegna e con cui scrisse più di ottanta sceneggiature, e poi gli amati pennini con cui ritrasse amici e nemici e con cui sopratutto esordì come vignettista sulle pagine di quel Marc’Aurelio che ospitò anche i primi disegni dell’amico e sodale Federico Fellini.
LAVORATORE instancabile, Ettore Scola riassume in sé una sintesi esatta del cinema italiano del secondo dopoguerra. Nella scrittura così come dietro la macchina da presa diviene un riferimento per chiunque voglia avvicinarsi a quel mondo: un misto di pragmatismo e di sensibilità, rapidità di esecuzione e capacità d’ascolto. Come molti non romani Scola seppe leggere e interpretare Roma con arguzia, cogliendone le contraddizioni più intime e la grandezza là dove ancora era poco visitata. La capitale dunque come protagonista assoluta di un percorso che lo vede partire dall’Esquilino per toccarne diverse parti e ceti sociali. Dal sottoproletariato di Brutti sporchi e cattivi ai borghesi di La famiglia; dall’Aventino di C’eravamo tanto amati fino a – uno dei suoi ultimi film – Concorrenza sleale dove invece Roma rinasce fellinianamente a Cinecittà in una via Ottaviano degli anni Quaranta totalmente ricostruita.








