Dal valzer senza fine del “Gattopardo” alla rumba nel tinello di “Una giornata particolare”. Dal “Novecento” di Bernardo Bertolucci, kolossal “marxista e hollywoodiano”, al fascismo secondo Fellini, eterna adolescenza ancor prima che come autobiografia della nazione (“Amarcord”). Dal Risorgimento in chiave brechtiana dei fratelli Taviani (“San Michele aveva un gallo”) agli scioperi nella Torino primo Novecento de “I compagni”, diretto da Mario Monicelli su copione di Age e Scarpelli. Fino al “Martin Eden” metastorico di Pietro Marcello, che trasporta l’eroe di Jack London addirittura a Napoli, e ai lavori di alcuni dei migliori nomi dell’ultima generazione come Alice Rohrwacher (“Lazzaro felice”), Laura Samani (“Piccolo corpo”), Maura Delpero (“Vermiglio”) o Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis (“Testa o croce”). Sono alcuni dei 29 titoli che sfileranno sugli schermi del Lincoln Center dal 5 al 24 giugno per “History, Italian Style”, grande rassegna organizzata da Cinecittà con la prestigiosa istituzione newyorkese e curata da Emiliano Morreale con la consulenza dello stesso Pietro Marcello, che dai tempi di “Bella e perduta” e poi di “Duse” interroga la Storia del nostro Paese fondendo finzione e immagini d'archivio. Un gesto radicale che si iscrive con forza in una tendenza di lunga durata se è vero che il nostro cinema è sempre stato “architetto e insieme testimone” della storia d’Italia, come scrive Morreale. Anche perché determinato a «fondere diverse culture regionali all'interno di un racconto nazionale unitario». Nessun cinema, salvo forse quello americano, ha infatti lavorato con maggior accanimento a costruire un discorso identitario condiviso, senza occultarne i lati più problematici. Ma soprattutto nessuno più dei nostri grandi e meno grandi registi, sceneggiatori, attori, produttori, ha saputo evocare e reinterpretare i momenti chiave del nostro passato mobilitando tutti i possibili codici dello spettacolo, dai più sofisticati ai più popolari. Tanto che al Lincoln Center, accanto ai titoli più canonizzati, da “Senso” di Luchino Visconti a “Roma città aperta” di Rossellini, si vedranno anche lavori oggi tutti da riscoprire. Come “Amori di mezzo secolo”, 1954, zibaldone a episodi diretto e interpretato da una pattuglia di grandi nomi (tra i primi figurano Germi, Pietrangeli, Rossellini, e poi Alberto Sordi, Antonella Lualdi, Franco Interlenghi, Lea Padovani, Silvana Pampanini), che ebbe anche i suoi guai con la censura, tanto da vedersi tagliare e distruggere l’intero episodio firmato da Domenico Paolella. O una variopinta farsa corale girata nella reggia di Caserta da uno dei precursori del Neorealismo, il troppo dimenticato Gianni Franciolini, cioè “Ferdinando I, re di Napoli”, 1959, con Peppino De Filippo nei panni del re lazzarone e Eduardo in quelli del Pulcinella che lo sbeffeggia e incita il popolo alla rivolta (in un ruolo minore c’è pure Titina, ma appaiono anche Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Rosanna Schiaffino, Renato Rascel e l’immancabile Marcello Mastroianni, il divo più presente in tutta la rassegna). Un titolo minore, forse, ma anche una rutilante guida a splendori e bassezze del nostro cinema popolare, fortemente voluto nella rassegna proprio da Pietro Marcello.A scorrere il programma, va detto, si notano anche alcune forse inevitabili assenze. C’è molto Risorgimento, ad esempio, da “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato” di Florestano Vancini, 1972, fino a “L’abbaglio” di Roberto Andò, passando per film più atipici come “La pattuglia sperduta” di Piero Nelli, 1954, anche se manca curiosamente uno dei titoli decisivi in materia, “Noi credevamo” di Mario Martone, del quale fra l’altro dovrebbe esistere un interessantissimo “director’s cut”, presentato a Venezia ma mai visto nelle sale. Ma soprattutto mancano quasi del tutto alcuni dei passaggi più controversi della nostra storia, in testa la Resistenza e i cosiddetti anni di piombo. Magari sono temi e titoli già molto noti al pubblico degli appassionati statunitensi. O forse si vedranno nella prossima edizione di una rassegna che speriamo non si fermi a New York ma circoli comunque nel mondo.