«Già nel 2020 ai tempi del Covid avevamo capito che la miccia era pronta ad esplodere ed avevamo presentato una denuncia in Procura. La strage di Amendolara ha dimostrato plasticamente la pericolosità della situazione. Purtroppo avevamo ragione». Silvano Lanciano è un sindacalista della vecchia scuola. Batte i campi di raccolta palmo a palmo. Coadiuvato dalla Flai Cgil della Sibaritide e del Pollino conosce alla perfezione i meccanismi di intermediazione illecita che infestano da decenni le campagne agrumicole a nord della Calabria.
È QUI, NELLE LANDE tra Corigliano, Villapiana, Sibari, Roseto Capo Spulico, che si è insediata la «mafia pakistana», come l’unico sopravvissuto all’eccidio dell’area di servizio ha definito i caporali che qui la fanno da padrone in combutta con le famiglie della criminalità organizzata.
Il litorale ionico cosentino è caratterizzato storicamente da una precarietà degli equilibri criminali ‘ndranghetisti sia per la mancanza di autorevoli leadership sia per il succedersi di numerose attività repressive. Anche grazie a questo tessuto criminale poroso che i pachistani hanno potuto insinuarsi nei meandri della criminalità. «Sono piccoli nuclei, parlano prevalentemente il punjabi e presumibilmente organizzano la tratta dei migranti. Si tratta di soggetti diffidenti e di comunità chiuse», continua Lanciano.








