Il taglio delle accise sui carburanti termina il 6 giugno e il governo farebbe bene a lasciarlo scadere, come d’altronde fa intendere il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che ha definito questi interventi “molto costosi e pesanti per il bilancio dello stato”. E ha ragione: finanziare un taglio generalizzato era sbagliato da principio ed è una scelta sempre meno difendibile ora. Qualche numero lo ha dato la Banca d’Italia nella sua recente Relazione annuale: la spesa per carburanti cresce con il reddito e pertanto il taglio delle accise generalizzato è regressivo. Oltre metà dei vantaggi dello sconto fiscale su benzina e gasolio va ai due quinti più ricchi della popolazione, ossia a chi ha la capacità per assorbire l’aumento.La scelta è senza dubbio scomoda, perché il prezzo alla pompa è uno degli indicatori che ogni elettore non può evitare di guardare. Ma da marzo a oggi la sequenza degli interventi è già costata circa due miliardi di euro, e ora le casse dello stato non hanno più margini: il debito italiano è destinato nel 2026 a diventare il più alto d’Europa al 138,4 per cento. Inoltre, le proiezioni dicono che l’Italia chiuderà l’anno con il 2,9 per cento di deficit, appena sotto la soglia del 3 della procedura per disavanzo eccessivo; appunto, margini strettissimi. Ma il governo non può semplicemente far aumentare il costo dei carburanti, senza prevedere un sostegno a chi realmente ne ha più bisogno.Eppure una soluzione pronta teoricamente c’è già. Nel 2023, invece di usare “l’accisa mobile”per tutti, il governo Meloni decise inserire un bonus carburante nella carta “Dedicata a te”, concepito per l’acquisto di beni di prima necessita a favore delle famiglie con Isee fino a 15 mila euro. Ora se non la stessa misura, la stessa logica: un provvedimento mirato ai gruppi più vulnerabili e dal costo più contenuto, possibilmente pari all’extragettito Iva dovuto all’aumento dei prezzi.