La fuga da Beirut comincia nelle prime ore del mattino. Si sveglia con la minaccia di essere bombardata la capitale libanese: alle sette il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz diramano un comunicato nel quale avvisano la popolazione della Dahieh, la grande periferia sud di Beirut, della possibilità di bombardamenti. «Nessuna calma» a Beirut, insiste Katz, perché «la Dahieh non è diversa dalle comunità nel nord di Israele. Se non c’è calma nel nord, non ci sarà calma a Beirut».

MIGLIAIA LE AUTO in strada e code chilometriche in tutte le direzioni. Bloccati per ore gli snodi più importanti della capitale dell’autostrada costiera che unisce Tiro a Tripoli; bloccata l’autostrada che porta dall’area di Chiyah e Hadath, nella Dahieh, verso est. Dopo una settimana di giornate festive per l’Eid el-Tahrir e l’Eid el-Adha, ieri sarebbe dovuta essere una giornata di riapertura. Un’agonia e un’attesa durate tutta la giornata, un sabato del villaggio macabro che ha tenuto tutti in uno stato di sospensione, allargando il tempo all’infinito nell’incertezza di essere bombardati o meno, e quando. La tortura psicologica come arma di guerra, di cui Israele ha fatto e continua a fare larghissimo uso in Libano.