Il fumo si è alzato vicino all'aeroporto internazionale di Beirut in una giornata che sembrava quasi normale. Poi, nel giro di pochi minuti, è arrivata la notizia: Israele ha colpito di nuovo la capitale libanese. Giovedì 28 maggio 2026 le Forze di difesa israeliane hanno annunciato un «attacco mirato» sull'area di Shuwayfat, periferia meridionale di Beirut. Secondo i media libanesi, il raid ha colpito un edificio residenziale. Nelle prime ore non era ancora chiaro chi fosse il bersaglio.
Era dal 6 maggio che Israele non colpiva nell'area della capitale. Tre settimane di relativa tregua che adesso si chiudono, alla vigilia di nuovi colloqui diplomatici a Washington tra delegazioni israeliane e libanesi.
Perché conta
Non tutti gli attacchi in Libano pesano allo stesso modo. Colpire il sud del Paese o la Beqaa rientra, nella sua gravità, in una dinamica quasi quotidiana. Tornare a colpire Beirut significa toccare una soglia diversa: quella simbolica, politica e diplomatica della capitale. Nei giorni scorsi, secondo quanto riferito dall'Ansa, l'amministrazione americana aveva espresso contrarietà a vedere «palazzi crollati a Beirut», pur con la precisazione — attribuita a un alto funzionario israeliano — che gli «attacchi mirati» sarebbero stati esclusi da quel veto. Una distinzione lessicale che pesa molto in un contesto urbano densamente abitato.











