All'alba di lunedì 1 giugno 2026, nelle cancellerie che ancora provano a tenere insieme i fili della crisi, il dato più inquietante non è soltanto che l'Iran abbia fermato gli scambi indiretti con gli Stati Uniti. È il motivo politico scelto per farlo: non un incidente sul dossier nucleare, non una formula saltata al tavolo, ma i nuovi attacchi israeliani in Libano. Il messaggio di Teheran è netto: il conflitto non si lascia più dividere in compartimenti stagni. Se salta una tregua su un fronte, vacilla l'intera architettura del cessate il fuoco regionale.
L'agenzia Tasnim, considerata vicina ai Pasdaran, ha riferito che il team negoziale iraniano ha deciso di interrompere «lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti tramite i mediatori, a causa degli attacchi in Libano». La formula è importante: non è una rottura definitiva, ma uno stop politico-operativo. È il linguaggio di chi vuole alzare il prezzo del negoziato senza chiudere del tutto la porta. Ma stavolta Tasnim ha aggiunto una condizione più dura delle precedenti: «non si terranno colloqui finché non saranno soddisfatte le richieste dell'Iran di cessare le attività di Israele in Libano e a Gaza». Non solo il Libano, dunque. Anche Gaza entra formalmente nelle precondizioni.









