WUHAN - Il tema scelto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Giornata Internazionale della Biodiversità 2026, “Agire a livello locale per un impatto globale”, trova in Cina un laboratorio emblematico, sospeso tra grandi successi ambientali, fragilità strutturali e profonde contraddizioni geopolitiche.[1] Negli ultimi decenni la Cina ha investito enormemente nella riforestazione e nella rigenerazione ecologica. Nel deserto di Maowusu, nel nord del Paese, ci sono contadini che hanno trascorso quarant’anni piantando alberi fino a trasformare gran parte di un territorio arido in un’area verde e fertile. Un’esperienza simile è quella di altri contadini che nella provincia dell’Hebei, dove il più grande progetto di riforestazione artificiale del mondo ha convertito una regione desertificata in una vasta foresta.[2] Il ritorno della vegetazione ha favorito anche il recupero della fauna selvatica. Nel 2026 biologi cinesi hanno annunciato il primo rilascio in natura al mondo della moretta di Baer (Aythya baeri), anatra gravemente minacciata di estinzione.[3] Parallelamente continuano a crescere le popolazioni di panda gigante, ibis crestato e gibbone di Hainan, una delle specie di primati più rare del pianeta. Anche lo storione cinese, simbolo degli ecosistemi fluviali dello Yangtze, ha mostrato segnali di riproduzione naturale dopo anni di drastico declino. Dunque, nell’arco di quarant’anni si è passati dai deserti verdi alla rinascita della fauna.