di Simone Millimaggi
Il recente video con cui Edoardo Prati è sceso in campo per imbastire una strenua difesa d’ufficio di Francesco De Gregori segna una deriva preoccupante. Non si tratta di liquidare la sua divulgazione pop, ma di denunciare il momento esatto in cui la cultura smette di essere strumento di emancipazione e si rovescia nel suo opposto: un anestetico della coscienza davanti alla tragedia palestinese. È il sintomo di un malessere profondo, una capitolazione contemporanea a quel sofismo intellettualista che già nell’Atene classica svuotava la verità di ogni valore etico.
Viene in mente Socrate. Davanti al tribunale che lo avrebbe condannato a morte, il filosofo rifiutò le tecniche oratorie dei sofisti, ricordando che la sua intera vita valeva appena una mina d’argento. Se Socrate non scrisse mai nulla fu perché rifiutava l’idea di una cultura ridotta a feticcio accademico o a merce da palcoscenico. Per lui la filosofia era un atto vitale, indissociabile dalla giustizia. Al contrario, il monologo di Prati si rivela un puro esercizio di retorica colta. Un’operazione che usa il paravento della “complessità” per coprire un vuoto morale drammatico, spostando il baricentro del discorso su cosa debba essere l’Arte, compiendo così un errore logico grossolano.













