Si era fatto tardi ormai, nel giardino che separa, o forse unisce, le vertiginose geometrie dolomitiche del MUSE – Museo delle Scienze di Trento e l’austero profilo del cinquecentesco Palazzo delle Albere. Dopo una lunghissima giornata che ha visto migliaia di persone avvicendarsi tra le sale, sul grande palco allestito all’aperto per celebrare i dieci anni del museo si erano alternate personalità istituzionali, scrittori, divulgatori. E stava per iniziare la prima di Corvidae, il magico spettacolo teatrale di Marta Cuscunà che racconta il mondo dell’Antropocene visto dalla prospettiva dei corvi.
Sono stati pochi minuti. Due birre gelate in mezzo alla folla, un brindisi. E il sorriso bonario di Michele Lanzinger che con gli occhi lucidi mi sussurrava: “Allora, Marco, ce l’abbiamo fatta…”. Ci conoscevamo, con Michele, dai tempi delle polverose sale del Museo Tridentino di scienze naturali di via Calepina, nel cuore della città. Quando il MUSE era solo nella sua testa. Quando cercava di spiegartelo, si affastellavano lucide visioni e progetti talmente ambiziosi da sembrare fantascienza, per quello che allora era il panorama museale italiano. Negli anni, prima di quel 27 luglio 2013 che ne ha segnato l’inaugurazione, Michele Lanzinger ha visitato le istituzioni più moderne del mondo, ha raccolto idee, si è confrontato sempre con attenzione e rispetto con le opinioni di migliaia di interlocutori, ha messo insieme un team di professionisti qualificati e appassionati. Come hanno scritto i suoi collaboratori sul comunicato che ne ha annunciato la scomparsa, “Michele Lanzinger non è stato semplicemente un direttore: è stato il motore di una profonda metamorfosi culturale della nostra istituzione museale”.











