L’affaire Zapatero-Sánchez è un caso da studiare. Non da un punto di vista giudiziario, di cui mi mancano (come a tutti) gli elementi, anche se l’impressione di una persecuzione giudiziaria, soprattutto nei confronti del premier spagnolo, è diffusa – vi immaginate cosa succederebbe da noi se un magistrato mandasse la guardia di Finanza in via della Scrofa, sede nazionale del partito del premier, come è successo a Madrid in quella del Psoe?
È un caso da guardare, o almeno così intendo qui, da un punto di vista psicologico. Di psicologia della sinistra, e in modo particolare dei suoi elettori.
Si dice giustamente che destra e sinistra – non solo in Italia – sono entrambe giustizialiste. Ma lo sono in modo psicologicamente molto diverso. La destra lo è sempre stata, nel senso di mandare ai ceppi – o, se vogliamo stare in ambito spagnolo, alla garrota – le persone. Anche quelle della loro stessa famiglia politica, benché fosse più facile proclamarlo quando si stava all’opposizione. Una frase attribuita a Giorgio Almirante, il maestro di Giorgia Meloni, da lei celebrato ancora pochi giorni fa, suona più o meno “se a rubare è qualcuno di un altro partito, merita l’ergastolo, se è dei nostri, la pena di morte”. E siccome Almirante e il suo partito erano realmente a favore del ripristino della pena capitale…
















