Il bello, il tosto e il redivivo. Sembra un western di Sergio Leone, tre outsider in cerca d’autore, una scorribanda picaresca in cerca di un tesoro che tutti vogliono, sepolto in fondo ad un tabellone che non appartiene più a nessuno. Quando i gatti non ci sono - leggi Alcaraz e Sinner - in troppi ballano; alla fine ne resterà uno solo ma i gringos italiani - Matteo Berrettini, Flavio Cobolli, Matteo Arnaldi - oggi sono la maggioranza relativa del Roland Garros: tre negli ottavi non li ha nessun altro. «Il tennis italiano -dice Filippo Volandri, ct gongolante - a Parigi sta dimostrando che ad alti livelli non è solo Jannik». L’ultima volta che qui l’Italia ne aveva piazzati tre così avanti, nel 2021, Musetti si era trovato davanti Djokovic, Sinner Nadal e Berrettini Federer. Gli avversari di questa nuova era tennistica - Cerundolo, Tiafoe e Svajda - con tutto il rispetto, fanno meno paura. E allora avanti, sogniamo con forza, mandiamo l’inimmaginabile al potere.

Se fosse un western, Berrettini sarebbe il Clint Eastwood della situazione, meno glaciale, più mediterraneo, killer appassionato soprattutto dei propri dubbi, scoppiato in lacrime dopo il successo al quinto set contro Comesana. «A lungo ho dubitato di me», confessa proustianamente Matteo, che oggi incontra Juan Manuel, il minore dei Cerundolo, 24 anni, n. 56 Atp, il gaucho che quasi involontariamente ha sradicato Sinner dal torneo. Diciamolo: l’avversario ideale in un ottavo Slam, un balsamo sulle cicatrici del Martello, che dopo una carriera di start & stop e due anni di fede incerta sembra aver ritrovato un corpo e un’anima meno tormentata. «Non avevo perso fiducia nel mio gioco, ma nel mio corpo», ha spiegato Matteo. «Più che le critiche è sempre stato lo sguardo dall’interno il più difficile da gestire.