Il 31enne che il 16 maggio scorso si è lanciato in auto contro i passanti nel centro di Modena non risulta, allo stato degli atti, né un terrorista né un soggetto incapace di intendere e di volere. Ed è opportuno chiarirlo subito, perché attorno alla vicenda si è già addensata quella tipica nebbia emotiva che accompagna ormai qualsiasi episodio di violenza collettiva: da una parte la corsa compulsiva all’etichetta del “terrorismo”, dall’altra il riflesso quasi automatico di derubricare tutto a “follia”.

La Procura di Modena ha contestato strage e lesioni aggravate, escludendo però — almeno finora — finalità di terrorismo. E la ragione è tecnica: il terrorismo richiede un disegno ideologico coerente diretto a intimidire la popolazione o a condizionare i poteri pubblici. Elemento che, allo stato, non emerge.

Secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe investito i passanti in maniera deliberata, ma in un quadro definito disorganico e privo di collegamenti con gruppi strutturati. Né risultano, finora, elementi idonei a sostenere una incapacità di intendere e di volere tale da escludere la responsabilità penale. Secondo le cronache dell’udienza di convalida, il Gip avrebbe anzi escluso l’emersione di elementi compatibili con una abolizione delle facoltà psichiche dell’indagato.