Pubblicato il: 31/05/2026 – 6:54
di Giorgio Curcio
CATANZARO Il suo nome riemerge nell’aula dell’udienza preliminare, ma lui resta fuori dal processo. Almeno fisicamente perché ancora irreperibile. Parliamo di Cesare Antonio Arcorace, 37enne di Locri, latitante dal 29 gennaio 2025. Dopo quasi un anno e mezzo ha nominato i propri difensori nel procedimento “Kleopatra”, rimettendo così al centro della scena una delle figure più rilevanti dell’intera inchiesta della Dda di Catanzaro. Già perché Arcorace, indicato negli atti anche con l’alias “Kleopatra”, è il nome attorno al quale ruota una parte consistente della ricostruzione investigativa della Distrettuale antimafia catanzarese. Nella richiesta cautelare della Dda, il 36enne compare tra gli indagati con residenza e domicilio in Germania, tra Bad Vilbel e Aschaffenburg, elemento che restituisce anche la dimensione transnazionale attribuita alla sua posizione. Ma di “Kleopatra”, finora, neanche l’ombra.
Il broker dei narcos calabresi
Secondo l’indagine, dunque, Arcorace avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel presunto sistema di narcotraffico ritenuto servente agli interessi della cosca Gallace. Nella richiesta cautelare viene inserito tra i «promotori, direttori, organizzatori e finanziatori» dell’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, insieme, tra gli altri, a Cosimo Damiano Gallace e ai Domenico Vitale. Il quadro descritto dalla Procura distrettuale è quello di un narcotraffico proiettato ben oltre i confini calabresi. L’organizzazione, secondo l’accusa, avrebbe individuato canali di approvvigionamento soprattutto in Sudamerica – Colombia, Ecuador, Perù e Brasile – e in Europa, tra Olanda, Germania e Svizzera, utilizzando anche porti come Livorno, Gioia Tauro, Trieste, Santos e Rotterdam, oltre all’aeroporto di Francoforte. Per la Dda, Arcorace sarebbe stato un «vero e proprio broker del narcotraffico», ritenuto «uno dei referenti più grossi della Calabria». Un’etichetta investigativa che, negli atti, viene riempita da una serie di condotte: avrebbe trattato direttamente con fornitori brasiliani ed ecuadoriani per l’importazione di oltre 100 chili di cocaina, gestito operazioni di recupero del narcotico nei porti di approdo, organizzato gruppi chat per mantenere i contatti con sodali e fornitori sudamericani e detenuto a Turbo, in Colombia, 60 chili di cocaina da spedire verso il porto di Gioia Tauro.










