di Valentina Tessera

A cena fuori, non tutte le regole sono uguali. L’avvocato Angelo Greco chiarisce quali condizioni sono lecite, quando devono essere comunicate, e cosa accade se l’avventore le scopre solo in cassa

Dal rifiuto dei pagamenti individuali ai supplementi per la musica dal vivo, fino ai menu comunicati a voce: molte delle dinamiche che si ripetono durante una cena fuori hanno, in realtà, implicazioni legali precise. Perché sedersi a tavola e ordinare equivale — anche senza firme — a stipulare un contratto. Ed è proprio da questo principio che parte il chiarimento in merito ad alcuni dei temi più dibattuti in materia di diritti dei consumatori al ristorante. A farlo è l’avvocato Angelo Greco, fondatore e direttore del portale La Legge per Tutti, tra i format di divulgazione giuridica più seguiti in Italia sui social e su YouTube.

«I contratti non sono necessariamente scritti», spiega. «Anzi: nel 90 percento dei casi vengono conclusi verbalmente. Per esempio, quando dico “ho intenzione di prendere quel vestito”, oppure attraverso un comportamento concludente, cioè un gesto che sottintende la volontà di accettare un accordo. Quando acquisto un giornale, concludo un contratto di compravendita. Quando salgo su un autobus, un contratto di trasporto. Allo stesso modo, entrare in un locale, prendere posto e scegliere dal menu, significa concludere tacitamente un contratto di ristorazione».