Michele Mari ha vinto il Premio Strega Giovani con I convitati di pietra (Einaudi). A votarlo, una giuria tra sedicenni e diciottenni provenienti da 114 scuole italiane – ragazzi che, quando non sono impegnati a deludere i sociologi o a essere spiegati dai talk show, sanno ancora riconoscere un grande libro.
Il romanzo è una macchina felicissima e nerissima: divertente, caustica, filosofica, con quella speciale eleganza di Mari per cui anche la morte sembra essersi iscritta a un liceo classico molto severo. La trama è un gioco crudele: alcuni compagni di scuola degli anni Settanta si ritrovano ogni anno e versano una somma che, investita e lasciata lievitare, verrà riscossa dagli ultimi tre superstiti. Una riunione di classe trasformata in trattato sul tempo, sull’invidia e sull’estinzione. Il liceo non finisce mai: cambia soltanto il registro, da quello di classe a quello dei defunti.
Mari, a caldo, ha dichiarato: «Non me lo aspettavo, quindi ringrazio questa gioventù, una generazione che ho cercato di recuperare attraverso il potere magico della letteratura». Frase bellissima, perché contiene insieme gratitudine, stupore e una modesta dichiarazione di stregoneria. Esattamente il registro giusto per un autore che si presenta al Premio Strega come un mago che finge di non sapere di esserlo.










