È sempre con quello stesso sguardo che Michele Mari vince il Premio Strega giovani, con il suo "I convitati di pietra" (Einaudi). Scorrono sui social numeri confusi di premi vari, si confondono anche i premi, anche i generi: cinquine, dozzine, rose di qualcosa senza petali. Autori che mostrano cifre che sono voti, addetti che scommettono, commenti su commenti, vittorie e fallimenti, numeri, fascette. Un gioco, certo. E mentre il Buddha sta in un angolo e sorride, Michele Mari guarda senza sorridere e può tornare in mente, non per la prima volta, che la speranza è lì, in quel mistero, anche di sguardo. E il suo libro, infatti, ha due storie e non è ovvio che si conoscano entrambe.La prima è scritta e sembra il contrario o l’epilogo di Stand by me. Il libro di Mari è un romanzo di sformazione, come fa il tempo con chiunque. Una classe del liceo festeggia con una cena il primo anniversario dalla maturità, sottoscrivendo un accordo che porterà i tre superstiti del gruppo a guadagnare una bella somma di denaro. La storia è disperata perché il gioco diventa un gioco al massacro, anche solo nelle intenzioni. E non stupisce, in Mari, quest’aria di macabro e miseria che prende, proprio perché sappiamo che appartiene segretamente a tutti. E l’aria è così opprimente e squallida che a un certo punto l’odore di brodo sovrasta quello di morte. Serviranno 78 anni per vincere: epopea della desolazione. Tutti hanno l’obiettivo del montepremi, mentre un futuro mortifero si consuma addosso ai convitati. E quando poco a poco i concorrenti perdono le speranze, Mari, smentendo Rossella O’Hara, afferma come queste non siano nel tempo: non è vero che "dopotutto domani è un altro giorno, perché in realtà è sempre lo stesso miserrimo giorno". E si possono trovare, forse per contrasto, in queste storie di angosce umane paralizzanti, trascritte da uomini poco sorridenti, piumose speranze di misteri che agganciano una coincidenza, forse non come un puzzle preciso, ma almeno come un mosaico bizantino.E qui arriva la seconda storia."Non ho conosciuto Michele Mari per un colpo di fortuna, né per un caso del destino, ma perché ho fatto di tutto affinché accadesse, oliando gli ingranaggi dell’occasione, contravvenendo così alla regola aurea di non incontrare mai i propri idoli per evitare di rimanerne delusi". Alzare appena l’angolino del velo del mistero. Ed è la storia di chi, in copertina a "I convitati di pietra", disegna una tavolata da trenta, senza le persone. Si chiama Pietro Nicolaucich, classe ’84, cresciuto tra le montagne e le misteriose creature che popolano i luoghi delle Alpi Giulie. "Non è stato facile scheggiare la corazza di riserbo, diffidenza e idiosincrasie che Michele Mari indossa sotto la pelle, nel tempo però sono riuscito a dimostrargli che il mio non voleva essere l’abbraccio soffocante di un fan, ma la mano tesa di un’anima vicina, che con lui condivide il concetto di letteratura, i gusti, le nostalgie, le ossessioni, gli incubi, le passioni e persino i feticci. A un certo punto del nostro carteggio è stato lui stesso a scrivermi che potevamo incontrarci". E qui, nell’incontro, già solo mentale: speranza, in questa social catena leopardiana, letta per l’occasione con troncamento. In questa condivisione delle disillusioni che smorza subito classifiche e primati, perché sappiamo come è fatta una catena."Ho scoperto Michele Mari nel 2018. In un mese e mezzo ho letto tutti i suoi libri camminando nei boschi. Quando è venuto a casa mia ha trascorso quasi un’ora davanti al camino a scrivere una dedica diversa per ciascuno di essi. Quando ci siamo incontrati la prima volta invece ne avevo portato soltanto uno, il suo primo romanzo, "Di bestia in bestia". In quell’occasione, sul frontespizio scrisse A Pietro che meriterebbe di disegnare una mia copertina. Due anni e due titoli dopo la profezia si è avverata. Michele mi chiamò. Mi raccontò del libro, mi disse che aveva in mente una grande tavolata apparecchiata per una quindicina di persone, ma senza convitati. Fu mia l’idea di rappresentare la tavola dopo la cena, con i piatti sporchi, i tovaglioli usati, le sedie fuori posto e i topi che banchettavano tra gli avanzi. Gli piacque moltissimo e due giorni dopo il disegno era pronto".Ecco la speranza o qualcosa di simile: Rossella, baciami. Baciami ora!
Tra le angosce umane paralizzanti de "I convitati di pietra" di Michele Mari
C'è la storia del romanzo di sformazione dello scrittore milanese che ha vinto il Premio Strega giovani e quella che si nasconde nella copertina del libro. Ce la racconta Pietro Nicolaucich















