Questo è il mio pezzo annuale sul caldo che fa. Non me ne vogliate, ma fa troppo caldo per scrivere altro, il mio cervello da una settimana a questa parte è come un iPhone dimenticato al sole, deve raffreddarsi prima di tornare a funzionare correttamente.

Purtroppo non riesco a pensare a nient’altro perché mentre provo a concentrarmi – sul mio lavoro, un film, tenere in vita mio figlio – ogni fibra del mio corpo sta soffrendo e in testa mi risuona un urlo di dolore prolungato, un lamento straziante e, perché no, diverse bestemmie.

Sono sempre in cerca di un colpevole, ma non so con chi prendermela. Milano e la sua carenza di alberi? Il riscaldamento globale che mi porta a scrivere questo pezzo annuale sul caldo che fa un mese prima di quello dell’anno scorso? Un più generico capitalismo? Inutile affannarsi (nonché controproducente, la rabbia fa sudare), so bene che posso risentirmi solo con me stessa e con le scelte di vita che mi ritrovo a rimpiangere esclusivamente tra giugno e settembre. Quest’anno sono solo in anticipo sui rimorsi.

Perché amare ancora l’estate? Siamo in una relazione tossica

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