Pasquale Ferraro

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Riconoscere la necessità di una cultura della Difesa significa principalmente combattere una serie di stereotipi che nel corso del tempo hanno marcato profondamente l’opinione pubblica nazionale e l’approccio culturale e sociale su un tema cruciale per il nostro presente e, indubbiamente, per il prossimo futuro. La stessa difficoltà con la quale accettiamo che le spese per la Difesa siano prioritarie ci fa comprendere quanto sia profondamente radicata l’idea secondo la quale ogni euro speso in armi, uomini e armamenti sia da considerarsi sottratto alla sanità, alla scuola, alla cultura. Come se uno Stato inerme, indifeso, possa considerarsi immune da rischi o minacce. Come se le armi fossero un fine e non un mezzo, e come se senza armi non si fosse nudi e pertanto inevitabilmente destinati a soccombere in un mondo avviato alla rincorsa alla potenza e alla forza.

Essere pacifisti non rappresenta alcuna garanzia di rimanere immuni da futuri traumi, ma ci esclude invece dalla scacchiera globale, dal poter giocare le nostre carte per ricostruire e ampliare le nostre storiche zone d’influenza. Il caso italiano è un caso unico, diverso persino da Germania e Giappone che come noi hanno condiviso la sconfitta nel secondo conflitto mondiale; è il frutto di un dibattito interno che ha preferito sopire ogni voce patriottica e denigrare valori e princìpi che rappresentano la religione civile di una nazione, attribuendo — erroneamente — al nazionalismo un’accezione negativa ed etichettando come “rigurgito fascista” ogni vocazione che si proiettasse oltre questa cultura gretta e mediocre, che una certa parte intellettuale nostrana ha imposto e diffuso. Una formula autolesionista che ci dipinge sempre come un’“italietta” e che tende a marginalizzare e ridimensionare le pagine gloriose del nostro passato, allo scopo di riscrivere la cronaca nazionale e denigrare lo Spirito patrio.