Investimenti per la deterrenza sono, con molta probabilità, necessari. Ma trasformare le armi in un progetto di comunicazione può diventare ancor più pericoloso, da maneggiare con la stessa cautela, se non di più, di un'arma stessa. Da qui parte l'interesse verso l’anticipazione data dalla testata giornalistica Il Fatto Quotidiano che, in un articolo di Ilaria Proietti, ha scovato sul sito di Difesa Servizi, società in house del ministero della Difesa, un avviso esplorativo alquanto particolare. Dar vita a una “Netflix della Difesa” è la sintesi giornalistica.Cosa prevede l'avviso esplorativo per la webtv della DifesaQuello che è noto è che Difesa Servizi intende procedere a un’indagine esplorativa per raccogliere manifestazioni di interesse, tra le altre cose, per la “realizzazione, messa in esercizio, gestione, sviluppo editoriale, tecnologico e commerciale di una Piattaforma televisiva OTT [over the top, ndr] dedicata al mondo della difesa militare, identificata con il segno “ZMC+”.La ricerca pubblica, con scadenza, per la prima fase, al 18 maggio (ma prorogata al 4 giugno) si trae le mosse dalla ricezione di una “proposta commerciale avente ad oggetto la concessione, in regime di esclusiva, della licenza d’uso e sfruttamento commerciale del brand Zona Militare Club”.Qualcuno, quindi, si sarebbe già fatto avanti. Non è chiaro se in modo spontaneo o su “invito” (informale, ovviamente) del dicastero, come a volte può accadere.Abbastanza vaghe, come tipico del linguaggio dei bandi, le dichiarazioni sulle attività che si vuole porre in essere: “Progettazione, realizzazione, sviluppo tecnologico, gestione operativa, aggiornamento, manutenzione e monetizzazione della Piattaforma”, che saranno “interamente a carico del soggetto privato affidatario, senza oneri di investimento diretto a carico della Difesa”.Quindi nessuna spesa aggiuntiva per il ministero, il che è un punto positivo dal momento che è lecito chiedersi quale ( e di che portata) sarà il pubblico per questo tipo di progetto.Quel che è certo è che la piattaforma sarà multicanale e multimediale, “fruibile su connected TV, web, desktop e mobile, con contenuti live e on demand”.Perché una “Netflix della difesa”Ma perché un soggetto privato dovrebbe essere interessato a proporre un progetto del genere, una piattaforma on demand di contenuti afferenti alla sfera militare, della difesa, una sorta di Netflix appunto? Se la motivazione fosse squisitamente editoriale – anche se gli editori puri ormai sono merce rara –, la risposta sarebbe semplice: per generare profitti, come dovrebbero riuscire a fare testate giornalistiche e case editrici. Non è detto sia questo il caso.Uno schema di base già c'è: il modello di monetizzazione sarà, riportiamo dal documento, basato su “abbonamenti, pubblicità, sponsorizzazioni e ulteriori servizi digitali coerenti con il Progetto”.Ci saranno, inoltre, “apposita scontistica e agevolazioni dedicate al mondo della difesa”. Cioè ai militari, presumibilmente, ma anche a partner e contractor, che potrebbero proporre l’accesso ai dipendenti come sorta di benefit, e comunque costituiscono un canale pubblicitario. Una descrizione che lascia intendere che chi ha avanzato la proposta abbia già le idee piuttosto chiare.Proviamo, dunque, a immaginare i contenuti, che dovranno essere attrattivi per giustificare tanto impegno. L'avviso esplorativo si rivolge esplicitamente a operatori già attivi nel settore. Il documento di Difesa Servizi afferma che “lo sviluppo editoriale della Piattaforma [avverrà] mediante contenuti originali, post-produzioni, valorizzazione di materiali già esistenti, dirette ed eventi live, nel rispetto dei valori, dell’immagine e delle esigenze istituzionali della Difesa”. Si potrà, quindi, presumibilmente fare ricorso ad archivi e materiale di repertorio, ma anche organizzare eventi ad hoc su tematiche particolari. Per esempio, ipotesi nostra, quanto sta accadendo nello stretto di Hormuz.Quale sarà il business plan?Esplicitate le premesse, perché non provare a fare i conti? Come si diceva, trattandosi di un avviso esplorativo rivolto esclusivamente a soggetti specializzati (cioè realtà che sono già impegnate nel settore editoriale), dovrebbero entrare in gioco alcune economie di scala: costi, cioè, che si possono ridurre contando su strutture già esistenti in seno all'azienda che si aggiudicherà la gara. Ma l'esercizio non è banale considerando che il governo non mette sul piatto nulla: l’operatore, si legge infatti, si assumerà “ogni rischio industriale, operativo, tecnologico, editoriale e commerciale connesso allo sviluppo e alla gestione dell’iniziativa, senza oneri di investimento diretto a carico della Difesa”.Un giornalista professionista esperto, più che mai necessario data la delicatezza della materia, è imprescindibile. Prendiamo a riferimento il contratto nazionale di categoria, fermo peraltro al 2016: un giornalista con funzioni di coordinamento sarà probabilmente inquadrato come caporedattore, con un minimo di stipendio (salvo migliore contrattazione individuale) di 2.668,26 euro (allegato A, pag. 64). Moltiplicando per 14 mensilità il totale è 37.355 euro, senza considerare l'aggiunta di contributi e altre tasse. Un valore lordo plausibile tra i 58 e i 60mila euro. Questa figura può assumere anche le funzioni di direttore responsabile, necessario per legge.Il ministero prenderà 20mila euro l’anno di canone annuo fisso (minimo, come da testo) per la licenza del marchio, più eventuali maggiorazioni legate alle royalties e altre componenti variabili, secondo un modello, però, ancora da concordare.Sulla base dell'esperienza editoriale di chi scrive, poi, vanno calcolati costi da decine di migliaia di euro per campagne sempre attive, promozione delle singole puntate, SEO (o GEO) condotta seriamente e una serie di dettagli che, però, contano. A cui si aggiungono i costi di produzione stimati per dirette ed eventi con un set up di base, che può comprendere un mini-studio con un paio di telecamere e una regia software.A questo punto è necessario chiedersi se il progetto sia sostenibile dal punto di vista economico. Mettendoci nei panni di un investitore, quanto dovrebbe pagare un utente medio per vedere questo genere di contenuti? In realtà all'inizio la scelta più sensata sarebbe un modello gratuito per gli utenti, che monetizzi su contenuti sponsorizzati, partnership, eventi e consulenze. Modello che, peraltro, oggi va per la maggiore tra le case editrici.Potrebbero, però, esistere pacchetti premium con vantaggi per chi si abbona.Arriviamo al dunque. La vendita di spazi pubblicitari, data l’aria di riarmo che tira, potrebbe essere la fonte più importante di ricavi: a metterci i soldi sarebbero aziende interessate a pubblicizzarsi con un pubblico altamente profilato di decisori pubblici (cioè chi tiene i cordoni della borsa nei centri di spesa), ovviamente al fine di vendere i propri prodotti (armi, sistemi di difesa et similia).Le altre ipotesiMa non solo. Partecipare al progetto, magari in forma di sponsor, può servire anche semplicemente a uno scopo: ingraziarsi il dicastero che è in cerca di lustro.Un indizio lo ha fornito nei giorni scorsi lo stesso Crosetto, a margine della presentazione della nuova piattaforma digitale dedicata ad aziende, pmi, startup che vogliono collaborare con le forze armate italiane: "Questa app nasce da una volontà di rendere totalmente trasparente la Difesa”, aveva detto il meloniano. “Abbiamo la necessità che ogni rappresentante delle forze armate possa parlare con ogni azienda, perché dobbiamo dare a tutte le aziende la stessa possibilità di proporre, soprattutto, la parte di rinnovamento tecnologico".Insomma, porte aperte a chi vuole entrare nel giro (miliardario) del riarmo. Al confronto, quelli della webtv sono spiccioli. È l’effetto del disimpegno americano dall’Europa, e anche della ricerca, da parte dell’esecutivo, di una ripartenza industriale facendo leva sulla spesa militare.La nostra è chiaramente una ricostruzione. Difesa Servizi, contattata da Wired per chiarimenti, ha rimandato la risposta alle nostre domande sul senso dell'operazione al termine della procedura di gara in corso. Restiamo in attesa.