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Ultimo aggiornamento: 8:23 del 23 Luglio

La scalata in borsa delle aziende che smerciano armi non si ferma più: gli investitori stanno puntando tutto sull’industria della difesa. E di questi tempi c’è solo da guadagnarci. Ma non ne stanno beneficiando soltanto i grandi (e storici) produttori, come Rheinmetall o Leonardo e altri conglomerati del settore. Nuovi attori si stanno facendo strada in questo mercato, surfando sull’onda lunga dello sviluppo tecnologico. A partire dalle start-up impegnate nell’innovazione militare. Però in un mondo che si riarma bisogna moltiplicare esponenzialmente la produzione, nemmeno gli investitori privati bastano più. Ed è qui che entra in gioco la NATO: è tempo, per i paesi dell’alleanza, di avventurarsi nella selva della finanza globale. Facendosi strada a suon di milioni.

Il Nato Innovation Fund è un fondo di venture capital che investe in aziende tech. Non si tratta di un’articolazione dell’alleanza ma di un’organizzazione privata, domiciliata in Lussemburgo. Eppure gestisce anche soldi pubblici. Il NIF, infatti, è stato autorizzato ad adottare questa dicitura perché viene finanziato da 24 stati-membri dell’alleanza (tra cui l’Italia e la Germania; Francia e Usa, ad esempio, non hanno partecipato). E gli è stata assegnata una missione istituzionale: investire in settori strategici per i paesi coinvolti nel fondo. Ma è pur sempre una società a scopo di lucro e i managers, che agiscono in piena autonomia, ricevono una percentuale sugli utili. Da qui il potenziale cortocircuito: come verrebbe valutato un investimento potenzialmente proficuo ma senza benefici per la sicurezza degli stati-membri (e viceversa: un’opportunità strategica non particolarmente redditizia)? In teoria il braccio esecutivo del NIF è soggetto al controllo di un board – dove siedono i governi – che, per mandato, deve verificare che i fondi pubblici siano usati in modo coerente con la missione istituzionale. Ma il rappresentante italiano è Roberto Cingolani, che è anche amministratore delegato di Leonardo. E in seno all’organizzazione non sono emersi soltanto conflitti di interessi “potenziali”; la testata “Follow the Money”, infatti, ha rivelato che il presidente del NIF Klaus Hommels avrebbe investito privatamente in due start-up su cui, in parallelo, il fondo ha puntato soldi pubblici.