Il deserto arriva prima degli occhi. Arriva nel silenzio. In quella sospensione irreale che si prova quando le ultime case scompaiono e davanti rimangono soltanto dune, rocce e orizzonte. Nel sud-est del Marocco, lungo le piste che conducono verso Merzouga e l’Erg Chebbi, il Sahara non è soltanto un paesaggio: è un mondo antico che continua a vivere secondo regole proprie, custodito dalla cultura berbera degli Amazigh, il “popolo libero” del Nord Africa. Tra nomadi, confraternite Gnawa, oasi e carovane, il viaggio attraverso il Marocco berbero diventa un’immersione autentica in tradizioni antiche che ancora oggi scandiscono la vita del deserto.
Il primo impatto arriva con la compagnia Royal Air Maroc, anche nota con l'acronimo di RAM, da cui si parte da Roma o da Milano (inaugura anche da Verona) e si atterra all’aeroporto di Er Rachidia, con scalo a Casablanca. È bene tenere a mente che gli orari e le tempistiche non si possono definire svizzere: esiste il reale rischio di perdere la coincidenza rimanendo una notte non prevista a Casablanca. Non resta altro che apprezzare la moschea di Hassan II, tra le più grandi al mondo.
I berberi – o meglio Amazigh, “uomini liberi” – sono i popoli originari del Nord Africa. Molto prima dell’arrivo degli arabi abitavano montagne, oasi e deserti del Maghreb, costruendo villaggi fortificati, sviluppando rotte carovaniere e tramandando una lingua antichissima scritta nell’alfabeto Tifinagh, oggi ancora visibile all’aeroporto e sui cartelli stradali marocchini insieme all’arabo e al francese.







