A Rabat i profumi delle spezie e quelli del mare si intrecciano già all’alba nel dedalo del souk, dove il mercato si apre come una sinfonia sensoriale tra cumuli di cumino e paprika rosata, la menta fresca che esplode in verdi improvvisi e gli agrumi tagliati che rilasciano un’amarezza luminosa nell’aria. Siamo in Marocco e il nostro passo si perde tra le viuzze strette della Medina dove il sole filtra come una grafia sottile sulle pareti bianche, con angoli che sembrano trattenere un’eco di voci, sussurri e grida, luci, colori e sapori, i più diversi. Non lontano dalla rue des Consuls e dalla Torre di Hassan (il simbolo della città) con i resti dell’antica moschea, c’è il cimitero musulmano, situato su una collina che scende verso l’Atlantico, regalando un panorama suggestivo tra mare, spiaggia e il vicino porto di Salé. C’è poi il mare, sempre presente anche quando non si vede, con le sue spiagge libere, aperte a tutti. Vi troviamo famiglie, ragazzi, pescatori improvvisati, donne con l'hijab e lettori solitari che condividono la stessa luce obliqua del pomeriggio, mentre l’oceano insiste con la sua quotidianità ripetitiva e ipnotica. Nel cuore urbano, i caffè e i bar della Ville Nouvelle costruiscono una geografia più recente fatta di tavolini di ferro battuto, vetri che riflettono il passaggio lento delle automobili, piante sempre verdi, fiori e conversazioni che oscillano tra il francese e l’arabo con estrema naturalezza, e anche chi non parla nessuna delle due lingue si sente comunque accolto. Qui il tempo non si ferma mai e la città osserva se stessa mentre si aggiorna, senza mai cancellare del tutto le proprie stratificazioni. Vi colpirà il Museo Archeologico che racconta la storia del Marocco dalla preistoria al Medioevo (qui sono esposte la Testa di Giuba e la statua di Tolomeo) e il Museo Mohammed VI di Arte Moderna e Contemporanea che prende il nome da Sua Maestà il Re Mohammed VI. La sua architettura ci introduce in un quartiere molto amato da studenti ed artisti, mentre le sue sale ospitano una produzione artistica marocchina che dialoga con linguaggi internazionali tra pittura, installazioni e sperimentazioni che sembrano riflettere la stessa tensione della città tra radice e proiezione. È proprio da qui che Rabat sembra guardare la propria trasformazione più recente, quella che si manifesta nella nuova skyline lungo il Bouregreg. La Mohammed VI Tower si innalza come un segno verticale che rompe la tradizionale orizzontalità della città costiera. Di giorno riflette il cielo con una freddezza cristallina, di sera si trasforma in una presenza quasi cinematografica, ricordando per atmosfera certe architetture sospese e visionarie del film “Arrival”, come se il linguaggio urbano avesse deciso di farsi improvvisamente extraterrestre senza perdere la propria misura. Dentro la torre, il Waldorf Astoria Rabat introduce una nuova idea di ospitalità urbana grazie allo studio di Pierre-Yves Rochon che ha firmato alcuni degli alberghi più iconici degli ultimi decenni, dal Four Seasons George V di Parigi al The Savoy di Londra, fino a numerosi progetti per Waldorf Astoria, Ritz-Carlton, Peninsula e Shangri-La. Per Rabat ha progettato un insieme di spazi dove l’arte costituisce un vero elemento compositivo con oltre 7mila opere per più di 50 piani tra dipinti, sculture, bassorilievi, calligrafie, affreschi e oggetti che accompagnano gli ingressi, le sale di ricevimento e le suite, prolungando l’architettura attraverso il gesto, la materia e il motivo decorativo. Un vero e proprio museo d’arte contemporanea che dalla lobby arriva sino al piano più alto, oltre il cinquantesimo, dove c’è l’osservatorio con una vista magnifica che si perde all’orizzonte.«L’architettura deve appartenere lentamente al luogo, come una luce che si abitua agli occhi», spiega Rochon durante la cena ufficiale, mentre controlla che ogni cosa sia perfetta, dal cibo alla luce (che preferisce ovviamente calda, come Orhan Pamuk, che all’argomento ha dedicato un libro fotografico intitolato “Orange”). «Ogni città ha una densità invisibile e il compito dell’edificio è renderla percepibile», aggiunge. Con lui visitiamo la torre e e all’ingresso ovest troviamo quattro vedute di giardini interni, stampate a partire da un dipinto di cortili alberati di Carl Blechen. L’arista Leila Billon – già incontrata alla 61esima Biennale di Venezia – «utilizza invece il ricamo secondo una tecnica marocchina, facendo del tessile una superficie leggibile da lontano e ricca di dettagli da vicino, in equilibrio tra decorazione e memoria del gesto», aggiunge. Davvero particolare è il grande affresco nella galleria centrale che nasce dalla collaborazione tra l’artista Myriam Mourabit e gli artigiani di Rimass Art. Realizzato in intonaco cesellato, arricchito con intarsi in oro e caratterizzato da una palette neutra attraversata da giochi di impronte e di luce, racconta la storia dei saperi artigianali marocchini e della loro evoluzione. Nel frattempo, ci raggiunge l’artista Pierre Bonnefilleche ci porta nell’enorme sala da ballo dove ha realizzato una parete che in realtà è una porta che si apre e si chiude a seconda delle esigenze, fatta di polveri minerali, calcare, lava, marmo, terra. A colpirci è la grande griglia con le cicogne scolpite realizzata per la lobby da Achraf Touloub, «artista che cerca di disegnare il tempo attraverso la ripetizione di linee ondulate», spiega Rochon, amante delle cicogne, uno dei simboli del Marocco, «uccelli speciali sospesi fra la concretezza della natura e l’incanto del mito». Rabat conserva la qualità tipica di un testo che si riscrive senza cancellare le righe precedenti, rivelandosi come una grande capitale che si lascia decifrare come un manoscritto antico, dove ogni riga richiede pausa, silenzio e un’attenzione quasi tattile alla sua scrittura nascosta.