CHIETI Da dove arriva Cristiano Sicari?«Sono un teatino doc. Sono nato, cresciuto e vissuto a Chieti. Ma non mi reputo un campanilista. Credo di aver sviluppato una visione più ampia, per esperienza personale, per interessi e per come mi ha educato la mia famiglia». L’avvocato Cristiano Sicari, 61 anni, arriva al ballottaggio da candidato sindaco di un centrodestra che si è ricompattato, dopo l’apparentamento con Mario Colantonio, candidato della Lega, e con Alessandro Carbone, candidato civico. Al primo turno ha raccolto il 27,47% delle preferenze e ora sfida Giovanni Legnini, candidato del centrosinistra, arrivato al 47,20%. Intervistato dal Centro, Sicari tiene insieme racconto personale e programma. La Chieti dell’infanzia e la famiglia. Il padre avvocato. Il nonno preside e sindaco per tre mesi. La scelta di candidarsi e il patto per il ballottaggio. La macchina comunale e le scuole. L’università e il centro storico. Lo Scalo e la sicurezza. Parla da professionista prestato alla politica, più che da politico di mestiere, e rivendica un tratto: restare se stesso dentro una sfida che considera aperta.Sicari, la sua che famiglia era? «Una famiglia molto riservata, molto chiusa nella serietà e nel rigore che mi ha sempre insegnato. Però era anche una famiglia di grandi vedute, di apertura e libertà di scelta. Le scelte mi sono state lasciate fare, ma sempre con il senso di responsabilità che ognuna di essa comporta». Il primo ricordo della città da bambino? «Le mattonelle rosse con le macchinine. Erano alla villa comunale, sopra l’ex Gil. Per la mia generazione, quelle erano semplicemente le mattonelle rosse. A Chieti, del resto, tutto ha spesso un nome diverso da quello reale». In che senso? «I luoghi hanno nomi ufficiali e nomi che usa la città: dal Pozzo a Piano Sant’Angelo. Anche le persone, spesso, hanno un soprannome che non corrisponde al nome vero. È una caratteristica molto teatina». Quali altri luoghi ricorda?«La villa, la Casina dei tigli, i dolci. La domenica si andava al Caffè Vittoria o al Caffè Colombo, i due bar eleganti della città. Il Caffè Colombo era dove oggi c’è la libreria Giunti, un locale molto bello, su due piani. Da bambino ricordo con particolare affetto i tramezzini, perché a casa mia, per il rigore che c’era, non erano una cosa abituale. Erano agognati». E da ragazzo? «Le pizzette della Casina dei tigli, i panzerotti. E poi il campo della villa, dove si giocava a basket. Era un luogo di confronto generazionale: i ragazzi più grandi, più forti, noi più piccoli che cercavamo di entrare. Poi c’era il campo del seminario regionale». Chieti era la città della pallacanestro.«Io appartengo alla generazione che ha vissuto il basket a Chieti nella sua massima espressione, quando era in serie A. Tutti noi abbiamo avuto un passaggio nelle giovanili. Io meno, perché non ero molto bravo. Però quel mondo faceva parte della città». Che studente era?PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI E ACQUISTA LA TUA COPIA DIGITALE OPPURE IN EDICOLA