Tra le rupi e le praterie d’alta quota dell’Appennino centrale vive uno degli animali più preziosi della fauna italiana: il camoscio appenninico, Rupicapra pyrenaica ornata. Si tratta di una sottospecie endemica, ovvero presente solo nel nostro Paese, che per la sua eleganza viene spesso soprannominata il signore delle rupi. Dopo aver sfiorato più volte l’estinzione tra XIX e XX secolo, oggi la sua popolazione è in leggera crescita grazie a decenni di interventi di conservazione, ma resta fragile: secondo il conteggio richiamato dal Cai Abruzzo, gli individui stimati sono circa 3.500-3.900.

La Lista rossa nazionale, redatta secondo i criteri dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), classifica il camoscio appenninico tra le specie vulnerabili (VU); senza le azioni di tutela, sarebbe probabilmente da considerare in pericolo (EN). A pesare sono soprattutto le dimensioni ancora ridotte della popolazione, la limitata variabilità genetica e la presenza in cinque nuclei isolati.

L’unica popolazione naturale è quella del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). Le altre sono il risultato di interventi di reintroduzione e traslocazione avviati a partire dal 1991: oggi il camoscio appenninico è presente anche nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nel Parco nazionale della Maiella, nel Parco nazionale dei Monti Sibillini e nel Parco regionale Sirente Velino. Una geografia della conservazione che ha permesso alla sottospecie di uscire dalla condizione critica in cui era precipitata nel secolo scorso, quando durante la Seconda guerra mondiale erano rimasti appena 40 individui.