«Davvero» dice un amico «vuoi scrivere un Caffè sul tizio che ha restituito un mazzo di chiavi? Ma è normale!»

Certo che lo è. Mica ha fermato un drone russo o riaperto lo stretto di Hormuz con la sola forza del pensiero. È normale che un milanese parcheggi la sua bici all’alba davanti alla Centrale per correre a un treno, e che nella fretta le chiavi gli scivolino sulla catena. È normale che un passante veda le chiavi e, anziché tirare dritto o usarle per aprire il lucchetto e rubare la bici, le porti alla polizia ferroviaria che dista mezzo chilometro e lasci un biglietto per informare il proprietario. Ed è normale che costui, rientrando a Milano verso sera, si accorga di aver perso le chiavi e poi scorga il biglietto. È normale che vada alla polizia, che ringrazi l’agente e che costui gli risponda: «Non è me che deve ringraziare». Ed è normale che, non sapendo come rintracciare il benefattore, il ciclista racconti la storia al Corriere. Però è anche normale che ci colpisca. Perché - ha scritto il collega Paolo Foschini - è avvenuta in un luogo che associamo all’insicurezza suprema, la stazione. E perché, nell’era della Narcisismo & Associati, i protagonisti hanno scelto di restare anonimi. E di investirci del tempo, aggiungo io: uno dei due per andare alla polizia e l’altro per scrivere una lettera al giornale.