Mi sono avvicinato con timore a queste pagine convinto che vi avrei trovato una argomentazione scientifica e approfondita sul capo di accusa più doloroso di questi anni nei confronti di Israele, il “genocidio” a Gaza. Pericolo scampato. Omer Bartov – ex ufficiale Idf, ora professore negli Stati Uniti, storico della Shoah e in particolare delle persecuzioni antiebraiche avvenute nell’Europa orientale, nato in Israele da una madre unica sopravvissuta della famiglia di origine, scappata per tempo proprio dai luoghi divenuti poi oggetto dello studio decennale del figlio – ha ottenuto una grande visibilità quando sul New York Times ha affermato che occupandosi da anni di genocidio sa riconoscerne uno quando lo vede. Ha capitalizzato il momento di celebrità dando alle stampe un instant book. Il libro, intitolato Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, è un insieme di precedenti articoli ricuciti. Riporta le improvvide dichiarazioni di quanti tra i politici e i giornalisti israeliani, nei primi giorni post 7 ottobre, inneggiavano a cancellare Gaza o sembravano non distinguere tra civili e Hamas.Ma il libro non spiega perché secondo l’autore vi sarebbe stato un “genocidio”. Si limita a ricordare i tanti bambini uccisi (secondo fonti di Gaza, ovviamente). Non cita né confuta le opinioni contrarie nel merito. Parla di bombardamenti “indiscriminati” e non spiega perché se l’80 per cento delle case sono state colpite o distrutte, la percentuale della popolazione uccisa – sempre secondo fonti del “Ministero della Salute di Gaza” – crolla al 4 per cento. Non analizza quella lista e non racconta pertanto come in maggioranza siano maschi in età da combattimento. Il concetto stesso di guerra asimmetrica o un confronto con gli altri conflitti simili in contesto urbano non trovano posto. Bartov dice che tanti altri studiosi della Shoah non siano d’accordo con lui, ma non spiega il perché; fa un punto d’onore l’essere una voce fuori dal coro, ma non entra nel merito. Per scrivere questo libro Bartov non consulta archivi né fonti differenti da quelle che qualunque cittadino potrebbe fare, non fa nulla di specifico che ci sarebbe potuti invece aspettare da uno storico di professione.E’ un volume che avrebbe potuto scrivere chiunque leggendo i giornali, ma riceve autorevolezza dal fatto che lo abbia scritto proprio un ebreo israeliano di professione storico. La vicenda personale di Bartov diventa dunque centrale e il lettore potrebbe legittimamente sospettare che la motivazione dietro a questo libro risieda in un particolare svelato dallo stesso autore, di quando, da ufficiale dell’Idf, venne ferito in una esercitazione e l’esercito insabbiò tutto. Sarebbe una piccola grande storia ignobile, il soldato tradito dai propri commilitoni che decenni dopo, diventato professore famoso, si vendica gettando l’ombra della colpa più infame. Qualunque psicoanalista riterrebbe questa interpretazione – proprio perché avvenuta fuori dalla stanza d’analisi – selvaggia e arbitraria, proprio come l’accusa di “genocidio” nei confronti di Israele basata su fonti non verificate e senza dare alcuna voce alla difesa.