Durante la lunga e sanguinosa guerra tra Iran e Iraq negli Anni 80, Henry Kissinger aveva quasi l’abitudine di scherzare dicendo di sperare che potessero perdere entrambi. Oggi la comunità internazionale pensa più o meno la stessa cosa nei confronti della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran iniziata nel giugno 2025 con dodici giorni di bombardamenti sugli impianti nucleari iraniani e ripresa il 28 febbraio di quest’anno con un conflitto trilaterale di maggiore intensità. Questa volta, Kissinger e il mondo intero avrebbero ragione: tutte e tre le parti in guerra hanno perso. Dopo l’8 aprile – quando Usa e Iran hanno concordato un cessate il fuoco che si presumeva dovesse durare due settimane, ma che per il momento va avanti da più di sette – la guerra è scivolata in uno stallo spiacevole che lascia chiuso lo Stretto di Hormuz e ha mandato i prezzi del greggio e di altre commodity alle stelle, perché la chiusura di quella rotta cruciale ne ha ridotto i rifornimenti. Eppure, evidentemente i mercati petroliferi sono giunti alla conclusione che la crisi energetica sta per finire, che un accordo di pace è vicino, visto che il prezzo del greggio sta scendendo di nuovo intorno ai 90 dollari al barile, più del 20% in meno del picco raggiunto a inizio maggio. La conclusione a cui sono giunti i mercati appare valida, anche se nulla può essere considerato sicuro, tenendo conto della profonda diffidenza tra Iran, Israele e Stati Uniti. Nessuno dei tre Paesi ha la forza di andare avanti a combattere e il duplice blocco di Hormuz, imposto reciprocamente da Usa e Iran, non sta avvantaggiando nessuno. Pertanto, a prescindere da quanto Trump minaccia a gran voce di voler procedere a ulteriori bombardamenti se l’Iran non accoglierà le sue richieste, a prescindere da quanto Israele e i suoi sostenitori americani si stanno lamentando stizziti che i loro obiettivi bellici non sono stati ancora raggiunti, e a prescindere da quanto minacciosamente il regime iraniano sta dicendo di voler riprendere gli attacchi missilistici e con i droni contro i Paesi vicini e le basi americane nella regione, la cosa più probabile è che la guerra sia finita. Quanto meno per adesso. Il brutale regime teocratico iraniano – che durante le proteste di gennaio ha massacrato decine di migliaia di suoi cittadini – forse pensa di aver vinto semplicemente perché è sopravvissuto. Certo, ha dimostrato di avere molta più resilienza rispetto a quanto si aspettassero americani e israeliani e ha dimostrato di avere riserve di armi più ingenti di quello che si pensasse. Il regime è rimasto integro e al potere, malgrado l’assassinio del suo Leader Supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, e dei suoi vertici. Le proteste popolari contro il regime sono state messe a tacere in parte con la repressione, in parte per l’effetto unificante delle bombe americane e israeliane. Pur apparendo strategicamente forte, nonostante tutto il regime iraniano è debole sul piano politico ed economico. L’inflazione è molto più alta rispetto a prima della guerra e le prospettive di qualche miglioramento negli standard di vita dipendono in modo decisivo dal raggiungimento della pace. Il programma nucleare di arricchimento dell’uranio tanto sbandierato dal regime forse esiste ancora, in teoria, ma nella pratica molte strutture e materiali sono andati distrutti. Nello stesso modo, il network delle milizie che l’Iran ha finanziato in tutta la regione – in Libano, a Gaza e nello Yemen – restano sostanzialmente intatte ma sguarnite. L’Iran non è in condizione di continuare a combattere. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vorrebbe che la guerra riprendesse. La sua tesi – secondo cui Israele non potrà mai essere al sicuro fino a quando l’Iran sarà governato da un regime teocratico votato alla distruzione di Israele – non è irragionevole. Il suo tentativo di far piazza pulita di quel regime con le bombe americane, però, è fallito. Fondamentalmente, anche il suo stesso governo è arrivato al capolinea. I partiti politici ultraortodossi che sostenevano la sua coalizione si sono ritirati la settimana scorsa nel corso di una discussione che dura da tempo sull’esenzione dalla leva militare degli appartenenti alle loro comunità religiose. Il 20 maggio la Knesset si è sciolta, aprendo così la strada alle elezioni che dovevano svolgersi prima del 27 ottobre e che adesso si pensa che saranno indette a settembre.