Un secolo di Andrzej Wajda. Nel 2026 il Paese sulla Vistola rende omaggio al proprio tesoro nazionale, nato l’8 marzo 1926 a Suwalki, città nel profondo nordest della Polonia, risparmiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Il difficilmente commensurabile lascito di Andrzej Wajda alle generazioni future resta in larga parte ancora da esplorare. Complici le attuali tensioni geopolitiche nell’Europa orientale, per molti Suwalki è oggi associata soltanto a quel corridoio di 65 chilometri che delimita il confine polaccolituano: una «breccia» sulla mappa che, se occupata da Russia e Bielorussia, potrebbe isolare gli Stati baltici dal resto della Nato. Sebbene Cronaca di avvenimenti amorosi (1986) sia stato girato in altre località, la trama e l’atmosfera richiamano fortemente gli anni giovanili di Wajda trascorsi a Suwalki.

Il regista vi farà ritorno tre anni più tardi, da senatore eletto nella sua terra natale, in occasione delle prime elezioni semilibere in Polonia, che segnarono il trionfo di Solidarnosc, il primo sindacato libero del blocco orientale. È stato il cinema ad avvicinarlo alla politica: «L’uomo di ferro mi ha avvicinato alle persone. A coloro che chiedevano cambiamenti nel nostro Paese e che mi percepivano come loro portavoce». Il rapporto tra arte e politica nella sua carriera è un tema che ho cercato di approfondire con lui durante un’intervista svoltasi al Café Noworolski a Cracovia, una delle sue città adottive insieme a Varsavia, nella primavera del 2014: «A partire da quel momento, ogni tentativo di distinguere l’arte dalla vita è diventato più difficile per me. È stato comunque un prezzo irrisorio da pagare per aver avuto il privilegio di partecipare attivamente alle trasformazioni storiche del mio Paese. Senza il cinema tutto questo non sarebbe stato possibile».