Se l’uomo distrugge la natura, distrugge le radici del futuroEstate 2025: dal suo inizio climatico nell’emisfero boreale (primo giugno) e durante i primi trenta giorni della durata della stagione (novantadue giorni), sull’Europa mediterranea e, quindi, sull’Italia si è verificata un’intensa onda di calore. A titolo di esempio, a Roma, nel mese di giugno u.s., la temperatura media massima è stata di +33,26 °C, superando di +7,76 °C la media del periodo significativamente più lontano (1959/1978). Colpisce, in tale contesto, anche la media delle temperature minime, quale indice di disagio climatico notturno: +20,6 °C rispetto alla media (stesso arco temporale) di +15,5 °C, con una differenza di +5,1 °C. Nella prima decade di luglio, il sistema Terra – atmosfera, nell’impegno di riequilibrare gli elevati scompensi termici avvenuti, ha cercato di compensare gli squilibri in causa mediante intensi flussi settentrionali di aria fresca i quali – tuttavia – hanno provocato gravi danni al centro-nord del territorio italiano. In accordo alla definizione dell’Organizzazione meteorologica mondiale, un’onda di calore è definita come «un periodo in cui un eccesso di calore locale si accumula in una sequenza di giorni e notti insolitamente caldi»[1]. Le onde di calore amplificano molti rischi, come quelli sanitari o economici, tra cui l’aumento della mortalità umana, la siccità e la scarsa qualità dell’acqua, gli incendi boschivi e correlati fumi, la carenza di energia elettrica e le perdite agricole. Al momento in cui si scrive è presto per addebitare un “primato termico” all’estate ancora in atto, però è ormai un fatto scientificamente accertato che la frequenza e l’intensità delle onde di calore (come, peraltro, delle brevi e marcate onde fredde invernali) sia aumentata nel corso degli ultimi anni a causa dei cambiamenti climatici in atto. All’inizio dell’anno in corso, la rivista Nature Medicine ha pubblicato una ricerca che evidenzia la possibilità per cui entro il 2100 le onde di calore potrebbero causare oltre 2,3 milioni di morti in eccesso, essendo la Spagna e l’Italia le nazioni più colpite.Nell’ambito dell’adattamento alla crisi climatica in atto e allo scopo di affrontare gli effetti e i rischi delle onde di calore, numerose nazioni – fra cui l’Italia, in alcune città – si stanno organizzando per mitigare l’effetto del fenomeno in causa mediante i “rifugi termici” (o “climatici”) o “centri di raffreddamento”. Si tratta di spazi pubblici o privati climatizzati, attrezzati allo scopo di affrontare temporaneamente gli effetti negativi sulla salute dovuti alle condizioni meteorologiche di caldo estremo, come quelle causate dalle onde di calore. I centri di raffreddamento costituiscono una delle strategie di mitigazione e adattamento volte a prevenire l’ipertermia causata dal calore, dall’umidità e dalla scarsa qualità dell’aria. In generale, i rifugi termici ufficiali (o formali), sono realizzati e diretti da una varietà di gestori pubblici, come Comuni, vigili del fuoco, agenzie regionali e organizzazioni non a fini di lucro. Normalmente si trovano in più punti di un Comune, come biblioteche pubbliche, centri comunitari, centri per anziani, musei. Un’altra misura sanitaria talvolta adottata durante le ondate di calore è l’estensione degli orari di apertura di spiagge pubbliche e piscine. Alcune città, in particolare Barcellona, ​​in Spagna, hanno recentemente istituito una rete di rifugi climatici, che sono ampie forme di rifugi di raffreddamento i quali mirano a fornire protezione da eventi meteorologici estremi, dovuti al peggioramento dei fenomeni meteorologici correlati ai cambiamenti climatici.I rifugi termici informali sono, invece, i centri commerciali, le chiese, gli edifici storici con muri spessi, i parchi pubblici, i mercati, le piscine, i centri ricreativi o le attività commerciali utilizzate dalla popolazione durante periodi di caldo eccessivo. Un altro modo di classificare i rifugi in parola consiste nel dividerli in “attivi” e “passivi”. I primi hanno bisogno di energia per togliere calore dall’interno e portarlo all’esterno (condizionatori); i secondi, invece, sfruttano le tecniche dell’architettura per tenere più fresche le nostre case, lavorando sui materiali esterni, sulla diminuzione delle superfici che trattengono calore, sull’aumento del verde, affinché gli edifici siano in grado di abbassare le temperature. Ad esempio, i ben noti “cappotti termici” possono servire non solo per far rimanere il caldo all’interno dei fabbricati, ma anche per impedire alle alte temperature esterne di far aumentare quelle interne degli stessi. Altri sistemi concernono i tetti verdi, lo sharing per l’aria condizionata (centri attivi), le pavimentazioni stradali fredde, come la colorazione di esse, volta allo scopo di aumentarne la riflettività, oppure le pavimentazioni permeabili, comprese quelle ad erba rinforzata, che possono raffreddare la pavimentazione attraverso l’evaporazione dell’umidità. Il rinverdimento delle città, ovvero il rigenerare e l’aumentare la massa arborea su tutto il territorio cittadino è uno dei capisaldi dell’adattamento e della mitigazione verso le onde di calore. In questa ottica, non è sufficiente solo piantare alberi, aumentando la massa arborea, ma selezionare le specie più adatte allo scopo, creando piani del verde che comprendano la manutenzione quotidiana e la sostituzione delle vegetazioni esistenti, chiarendo ai cittadini la necessità di disporre di specie arboree più adatte ai fini di mitigazione/adattamento al calore. Nella pianificazione dei rifugi succitati è necessario valutare la vulnerabilità urbana allo scopo di comprendere i rischi correlati al calore eccessivo e alle isole di calore. Tale valutazione comprende, ovviamente, oltre all’individuazione delle aree più sensibili, anche quale parte della popolazione sia esposta ai maggiori rischi, tenendo presente che la vulnerabilità individuale al calore dipende dall’esposizione, dalla sensitività alle temperature estreme e dall’abilità all’adattamento. Le parti della popolazione tipicamente più esposte ai rischi in causa sono:· Gli anziani, i bambini, le persone sottoposte a trattamenti medici e le donne in stato interessante.· Le persone a basso reddito e quelle che vivono in abitazioni di scarsa qualità, prive di condizionamento; quelle che hanno difficoltà di accesso all’acqua (potabile e di lavanda), agli spazi verdi, all’informazione, nonché le persone che vivono sole.· I lavoratori che operano all’esterno, aventi alta esposizione al calore e coloro che effettuano lavori richiedenti sforzo fisico.· I gruppi marginalizzati che comprendono i senzatetto, i migranti, i rifugiati, considerando che essi hanno meno contezza delle opzioni di rifugio dal calore in eccesso.Nei punti su esposti si evince la necessità di sviluppare ed elaborare un sistema di “giustizia climatica”, affinché tutta la popolazione abbia la possibilità di accedere ai suddetti punti di protezione / ristoro. In questo quadro, le città, oltre all’individuazione delle aree sopra menzionate, dovrebbero sviluppare una mappa volta a rendere note le posizioni dei rifugi termici, unitamente ad un idoneo sistema di informazione ai cittadini, comprendente – fra l’altro – i percorsi da seguire per raggiungere i centri in parola. Ad esempio, in alcune città, già sono operativi sistemi di diffusione delle relative informazioni in posizioni chiave (farmacie, fermate dei mezzi pubblici, edifici pubblici).[1] Esistono alcune definizioni per l’“onda di calore”. Le più usate (oltre a quella su definita) provengono dall’International Panel on Climate Change (IPCC - ONU): a) «Un periodo di temperature anormalmente elevate, spesso definito con riferimento ad una relativa soglia di temperatura; tale periodo può durare da due giorni a mesi»; b) «Un’onda di calore si verifica allorché la temperatura massima giornaliera di cinque o più giorni supera la temperatura media massima di 5 °C, rispetto ad un trentennio di riferimento». Immagine: Concept di ondate di calore, riscaldamento globale. Crediti: Duangdaw / Shutterstock.com