Il primo a raccontare sul Corriere della Sera le sue impressioni di viaggio in Giappone fu Giovanni Comisso che nelle sue corrispondenze annotava la bellezza dei ciliegi in fiore e delle donne di Kyoto. Appena più tardi, nel 1931, anche Ercole Patti si imbarca nella lunga traversata; le sue impressioni sono registrate in un reportage che compila per La Gazzetta del Popolo e descrivono l’inavvicinabilità culturale di un paese che forse lo scrittore italiano non compenetra, che in qualche modo gli si sottrae. L’indecifrabilità, la fuggevole bellezza che tende a celarsi dietro agli shoji è anche ciò che Italo Calvino rileva nel 1976 quando viene invitato dalla Japan Foundation a visitare alcune città del Sol Levante.
Calvino si perde tra giardini che gli sembrano quadri, dove vecchine ingobbite lavorano a creare quell’opera di natura meticolosamente piegata dalla mano umana. È poi la volta di Goffredo Parise, che nel 1980 si reca in Giappone e lo racconta dalle pagine del Corriere. Quei dispacci comporranno il suo libro di viaggio più famoso, L’eleganza è frigida. Come Calvino, anche Parise parte da un giardino e prosegue tra i vicoli e i ristorantini con uno o due tavoli, in cui «lo spazio era ridotto al minimo e meno del minimo».








