Da sinistra, Mariani,. Sfrappini,. Antolini, Borraccini e. PongettiCom’era Macerata negli anni a metà dell’Ottocento? E soprattutto come apparivano le nostre città e le nostre vallate agli occhi del forestiero? Una testimonianza di prima mano è il diario di viaggio dell’aristocratico modenese Cesare Campori, che nell’arco dell’intera estate del 1853 visitò in lungo e il largo l’intero territorio, dal mare fino all’entroterra, annotando non solo aspetti monumentali, urbanistici e paesaggistici, ma anche usi e costumi della gente del posto, sottolineandone caratteristiche e differenze, sia tra un paese e l’altro, sia tra le classi sociali. Quel diario risultando una vera opera di letteratura di viaggio, è rimasto chiuso in un faldone d’archivio per centosettant’anni e solo tre anni fa è stato ritrovato, studiato, trascritto ed ora pubblicato, arricchito di un vasto apparato di annotazioni storiche e bibliografiche, in un volume curato dalla professoressa maceratese Rosa Marisa Borraccini e dal giovane ricercatore di Castelraimondo, Giacomo Mariani. “Ricordi di un viaggio a Macerata nel 1853” – questo il titolo – è edito dalle Eum (Edizioni Università di Macerata) ed è stato presentato – con la partecipazione dei due curatori – nella Sala Sbriccoli della Biblioteca Didattica d’Ateneo dalla presidente della casa editrice, Simona Antolini, dalla studiosa di storia locale Alessandra Sfrappini e dal docente di Geografia del Dipartimento di Studi umanistici Unimc, Carlo Pongetti. Il lungo viaggio da Modena a Macerata fu intrapreso da Cesare Campori insieme alla sua giovane moglie Adele Ricci e al figlioletto Pietro di appena 9 mesi, per conoscere il suocero, il marchese Domenico Ricci e i cognati, Matteo Ricci e sua moglie Alessandrina d’Azeglio, figlia dell’allora presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna, nonché nipote di Alessandro Manzoni.