Gesti e silenzi, ombre e colori fanno del Giappone un incastro di enigmi e gioie improvvise. Che Antonietta Pastore, la traduttrice italiana di Murakami Haruki, scioglie nel suo Dove vuole andare, sensei? Un viaggio nel cuore del Giappone, fatto di tre verbi – scoprire, comprendere, ritrovare – e un vissuto di decenni che ci fa entrare in punta di piedi nelle case dei giapponesi, nelle loro tradizioni. Per uscirne credendo di afferrare un Paese meno esotico di quanto si pensi.

La traduttrice arriva nel Sol Levante a 28 anni, nel 1974, ed era «quasi come andare nel paese di Oz». I centri abitati, grandi e piccoli, sono lungo le coste, le rive dei laghi o dei fiumi, o a fondovalle, non hanno bisogno di essere arroccati perché il Giappone non ha mai vissuto un pericolo di invasione. Il vero pericolo è il terremoto per cui gli edifici devono essere flessibili e avere una struttura che resista alle scosse sismiche. Come dimostrano i santuari shintoisti di Ise, sulla costa orientale: ogni vent’anni vengono smontati e ricostruiti a poca distanza, in un’operazione rituale che riproduce il ciclo di morte e di rinascita alla base dello shintoismo e del buddismo. È l’arte dell’incastro, si chiama sashimono ed esistono circa quattrocento tipi diversi di incastro. Che non hanno bisogno di chiodi per non ferire il legno. L’architettura è filosofia di vita: «dalla precarietà delle abitazioni, dovuta alla costituzione geologica del territorio, alla repentinità con cui un terremoto può distruggere le cose inanimate e la vita, deriva il valore che i giapponesi attribuiscono al concetto di impermanenza, che è così radicato nella cultura da diventare il più sentito criterio estetico. È bello ciò che non è durevole, ciò che si mostra nel suo splendore per un breve periodo e poi si dilegua». Come i fiori di ciliegio che soggiacciono al concetto basato sull’accettazione della caducità e dell’imperfezione, il wabi sabi.