Le protagoniste dei racconti non rimangono cristallizzate nel proprio tempo, ma trasmigrano agilmente da un’epoca all’altra, reincarnandosi talvolta in personaggi teatrali, altre in eroine manga, o icone televisive. L’incrocio di fonti antiche e moderne, classiche e pop, permette di giungere al cuore del mito, superando i generi e restituendo ai lettori un immaginario dinamico della cultura giapponese.
Il castello di Osaka.
Maestoso ed elegante: cosí ci appariva il castello di Osaka mentre lo ammiravamo perfettamente ritagliato dal riquadro della finestra della camera d’albergo. Anche vagamente inquietante, forse perché in quella direzione ci spingeva il pensiero che del maestoso edificio era stata per alcuni anni padrona la Signora di Yodo, un personaggio tanto affascinante quanto controverso. Questa donna impetuosa e superba è infatti entrata nella storia nelle vesti della piú fiera oppositrice del potere Tokugawa e per questa colpa è stata condannata a esibire di fronte ai posteri l’etichetta di akujo, «donna malvagia», etichetta peraltro attribuita con generosità a molti personaggi femminili della cultura giapponese.
Condanna ingiusta? Certo per cogliere fino in fondo il gusto amaro e l’acre pregiudizio di negatività che quel termine – akujo – diffonde, avrebbe aiutato un ben diverso e certo non auspicabile scenario: quel castello in preda alle fiamme, trasformato anche per scelta della sua padrona nel campo di battaglia dello scontro decisivo che, nell’estate del 1615, pose termine alla guerra tra i signori feudali che si contendevano il Giappone. E, dentro il castello, Chacha – questo il nome, per cosí dire privato, della Signora di Yodo, – sconfitta, si uccideva tra le fiamme, dopo aver indotto il figlio a fare altrettanto.






