Ho vissuto parecchi decenni con grande foga. Ma, a sorpresa, sono stati proprio gli Zero a segnare la mia tardiva formazione culturale. Non vi so dire perché. So solo che ho fatto esperienza di quegli anni in modo molto intenso. Tant’è che alla fine del 2009 pubblicai un’antologia con le migliori analisi che avevo incontrato: Gli Anni Zero. Almanacco di un decennio condensato (Isbn Edizioni). Io come al solito me ne ero completamente scordato. Il direttore di d me l’ha fatta tornare in mente. L’ho recuperata a casa di un mio grande sodale. E sono rimasto un po’ colpito. Perché in effetti la mia introduzione era abbastanza puntuale. Ma soprattutto, lì, prevedevo la pandemia di dieci anni dopo. Vabbè.

Le immagini in questo articolo sono tratte dal libro Everybody’s Guilty, No One’s To Blame (Superlabo, 160 pagine, 70 euro) del fotografo Alain Levitt: una raccolta di ritratti newyorkesi scattati tra il 2000 e 2007 .

Provo a usarne dei brani. E prima però mi viene in mente quel capodanno tra il 1999 e 2000 dove doveva finire il mondo e invece no. Una festa pazzesca. Nel grattacielo est-europeo che chiude da sempre come una quinta Alexanderplatz a Berlino, un grappolo di collettivi artistici di vario tipo aveva fatto in modo che tutti coloro che erano in residenza nel building celebrassero. Vuol dire circa 100 feste, anche minuscole, nello stesso posto. E poi, a mezzanotte, la nebbia dei fuochi d’artificio che aveva riempito la visuale dell’intera piazza, trasformando tutto quanto in un luogo fantastico che poteva essere ovunque. Siamo entrati in una decina di appartamenti di amici nel palazzo, dopo mezz’ora c’eravamo dispersi, ognuno per sé, dentro l’infinito party che salutava il Millennio e il baco che doveva far saltare il già fortissimo e indispensabile internet. E i nostri telefoni che da tempo mandavano anche messaggi e foto. Tutto a posto, invece. Da lì in poi, vivere un po’ a Berlino è diventato un rito di passaggio obbligatorio, a qualunque età. E già c’era il Panorama Bar che sarebbe mano a mano diventato il Berghain e tutta la scena elettronica che riempiva posti abbandonati da un lustro.