La guerra di Hormuz è il disastro annunciato dell’amministrazione Trump, una crisi che non ha una ragione strategica americana e che trascina Washington in un conflitto privo di logica nazionale mentre l’unico attore che può rivendicare una motivazione esistenziale è Israele, stretto in una spirale di minacce regionali che ne mettono in discussione la sicurezza. La chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita un quarto del petrolio mondiale, scatena uno shock economico globale immediato: il Brent supera i 110 o 120 dollari, con scenari che arrivano a 150 o persino 200, il gas europeo esplode, il diesel e il jet fuel diventano beni di lusso, le supply chain si inceppano e l’Europa scivola verso la recessione mentre gli Stati Uniti rallentano sotto il peso dell’inflazione energetica. È un autogol geopolitico costruito a tavolino, un conflitto che non porta vantaggi strategici ma produce costi certi e crescenti.
L’idea che gli Stati Uniti possano guadagnare da questa crisi perché sono diventati il primo esportatore mondiale di petrolio è una grande illusione: esportano greggio ma importano prodotti raffinati, e il consumatore americano non fa benzina con il WTI ma con carburanti che seguono i prezzi globali. Ogni aumento del barile si traduce in inflazione, in benzina sopra i quattro o cinque dollari al gallone, in costi logistici più alti, in pressioni politiche interne e in un dilemma per la Federal Reserve, costretta a scegliere tra frenare l’inflazione o evitare la recessione. Il boom dello shale non protegge l’America, anzi la espone a una vulnerabilità strutturale che la crisi di Hormuz rende evidente.










