C'è un paradosso nascosto nei sistemi fognari delle nostre città. L'urina rappresenta appena l'1% del volume totale delle acque reflue, eppure contiene fino all'80% dei composti che richiedono trattamento: azoto, fosforo e residui farmaceutici. Nonostante questo, la stragrande maggioranza viene scaricata nei sistemi di depurazione, già spesso al limite della capacità, o peggio, rilasciata direttamente nell'ambiente senza essere adeguatamente trattata. Le conseguenze sono tutt'altro che trascurabili. Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha documentato come l'azoto e il fosforo dispersi dall'urina contribuiscano all'inquinamento di fiumi, laghi e falde acquifere, causando perdita di biodiversità e degrado degli ecosistemi. “L'inquinamento da azoto derivante dall'urina umana è un problema ambientale significativo, per lo più trascurato. Influisce sull'acqua, sull'aria e sugli habitat naturali”, spiega Nadège de Chambrier, ingegnera ambientale e co-fondatrice di VunaNexus - una startup svizzera nata proprio per trasformare questo problema in un'opportunità.
L'idea non nasce però solo dalla consapevolezza del danno ambientale, ma anche da una fonte inaspettata: la tecnologia spaziale. Per decenni, il progetto MELiSSA dell'ESA ha studiato sistemi rigenerativi capaci di trasformare i rifiuti organici, compresa l'urina, in acqua, cibo ed energia, per supportare la vita degli astronauti nelle missioni di lunga durata. Una filosofia radicale: niente sprechi, tutto torna utile. È proprio questa visione ad aver ispirato Nadège de Chambrier, formata all'EPFL e all'ETH di Zurigo, e il fratello David, con un solido background in economia. Insieme ai ricercatori dell'Eawag - l'Istituto Federale Svizzero di Scienza e Tecnologia Acquatica - Kai Udert e Bastian Etter, hanno fondato VunaNexus, startup con un obiettivo ambizioso: portare sulla Terra ciò che la scienza spaziale aveva immaginato per l'orbita, un sistema in cui le risorse umane, persino le più scomode, vengono recuperate invece che scartate.







